La storia sta tornando
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fonte:
- Gazzetta dello sport
VINCENZO DI SCHIAVI «Mi diverto tantissimo». Sarà per questo che Matteo Boniciolli, 52 anni, passato dai budget milionari dell’ Astana alla Serie B italiana con la rinata e ambiziosa Fortitudo Bologna, è un fiume in piena. Perché Boniciolli allena in Serie B? «Mi avevano cercato 2 club di A e uno di A-2, che ringrazio. Ma tutti per risolvere un problema estemporaneo e poi finiva lì. All’ estero dove ho tanto da dimostrare avrei accettato, in Italia no. Avevo contatti con società europee quando mi ha intercettato la Fortitudo. All’ inizio ho detto no, poi mi hanno illustrato un programma triennale che punta alla Serie A. Costruire insomma. Lo stesso motivo per cui mi aveva scelto l’ Astana. Quello che ho fatto pure ad Avellino e Udine e ho detto: “Perché no?”. L’ offerta economica peraltro è di tutto rispetto, poi Bologna è la mia seconda casa ed ero stato mandato via dopo un derby vinto…». Com’ è la Serie B? «Alleno come in A: ho aumentato il numero delle sedute, con molta più pulizia sui dettagli offensivi e difensivi. Alla prima contro Arzignano mi sono trovato di fronte un’ ala piccola di 2.04, un’ ala forte di 2.08 e un pivot di 2.16. Ho vinto all’ ultimo secondo e ai miei dirigenti ho detto: “Vado al Codacons e vi denuncio per truffa. Questa è roba vera”. Ho affrontato 5 squadre: ognuna possiede almeno un giocatore che potrebbe serenamente stare in un roster di A. La riprova che il potenziale tecnico del nostro basket è molto meno peggio di quel che si dice». Quindi più spazio agli italiani? «Cito due miei ragazzi: Montano e Candi. Il primo ha un tiro surreale e forse ascendenze slave perché possiede una cattiveria agonistica che non è nel nostro dna. Il secondo è un ’97 che completava il roster. Da tre settimane è il play titolare e, se non si perde in mille rivoli di stupidità, può diventare un giocatore importante. Ma ha bisogno di un allenatore che lo faccia giocare». Facile per lei a cui non viene chiesto di andare in Eurolega, vincere uno scudetto o una Coppa Italia. «Vero. Allora dico: Serie A aperta, senza quote, dando ai club la possibilità di prendere i migliori giocatori in base al budget disponibile. Dalla seconda serie in giù, campionati di sviluppo a obiettivi, ovvero con la promozione. Infine deve cambiare la mentalità: club che investono su un cammino e non sul risultato di una partita e giocatori italiani che non pensano solo a sfruttare i regolamenti per pretendere ingaggi assurdi». Torniamo a Bologna. Come l’ ha trovata? «L’ ultima grande squadra di Basketcity l’ ho allenata io: era la Virtus che ha vinto l’ Eurochallenge, coppa giustamente bistrattata visto che negli ultimi anni abbiamo vinto decine di Euroleghe… Ma, detto ciò, è una Bologna nuova, che non guarda più al passato, che ha elaborato il lutto della fine dello showtime, che sta rinascendo, su entrambe le sponde, nell’ unico modo ragionevole, ovvero puntando sui giovani. A volte giochiamo in contemporanea e a Basketcity vanno 13 mila persone a vedere la pallacanestro. Ho vinto l’ ultimo derby della storia, sulla panchina della Virtus, con un canestro di Vukcevic allo scadere. Spero di arrivare a giocare quello che aprirà una nuova era». Cosa può insegnare il basket kazako a quello italiano? «Che se si punta sul percorso, con una catena di comando breve, ovvero proprietà-manager-coach, i risultati arrivano matematicamente». A proposito di coach. Come sta la categoria in Italia? «In questa Serie A di squadre Kleenex, cioè usa e getta perché i club non possono e non vogliono programmare, è di altissimo livello. Poi sarebbe bello che i tecnici venissero valutati non solo dai titoli vinti ma anche per i giocatori che hanno prodotto». Infine, Metta sì o Metta no? «Metta sì tutta la vita. Giocatore che mi riporta a Gervin o McAdoo. Uno vero, non un clown a fine carriera. Ma va veicolato nel modo giusto: se tra un anno vedremo ragazzi difendere o passare la palla come fa lui, avremo fatto un investimento produttivo, se invece compariranno sui campi degli sfigati che giocano con un panda che pende dalle scarpe, allora avremo perso un’ occasione». © RIPRODUZIONE RISERVATA.
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