18 Marzo 2015

Traghetto in fiamme: una lunga scia di misteriDal tentativo di spostarlo alla scatola nera

Traghetto in fiamme: una lunga scia di misteriDal tentativo di spostarlo alla scatola nera

«Al momento gli indagati sono sette (fra cui l’ armatore polesano Carlo Visentini) ma riteniamo che ci siano altre responsabilità che emergeranno dalle indagini». Lo ha detto parlando con i giornalisti l’ avvocato Vincenzo Rienzi, legale del Codacons, l’ associazione che rappresenta una decina di superstiti del naufragio, avvenuto al largo delle coste albanesi il 28 dicembre scorso, del traghetto in viaggio dalla Grecia in Italia, Norman Atlantic, nel quale persero la vita – a causa di un incendio divampato a bordo – 11 persone (18 dispersi). L’ avvocato Rienzi ha incontrato il pm barese Federico Perrone Capano, che insieme con il collega Ettore Cardinali coordina le indagini sul naufragio. All’ incontro con la Procura ha partecipato anche il professor Bruno Neri dell’ Università di Pisa, consulente tecnico del Codacons per gli accertamenti sulle scatole nere. «La scatola nera – ha spiegato Neri – contiene una serie di informazioni tra cui le registrazioni audio dei dati giunti nella plancia della nave. Questi dati, come è noto, sono risultati assenti e la speranza è che possano essere conservati in un hard disk di cui sin dall’ inizio delle indagini avevamo chiesto venisse fatta copia. Tale hard disk è stato recuperato ma presenta dei problemi, allora verrà probabilmente inviato a una ditta specializzata in California che potrebbe riuscire a tirare fuori altri dati utili alle indagini». Oltre a questa copia forense, il Codacons ha chiesto agli inquirenti baresi la «messa in sicurezza di tutti i sistemi di automazione che a bordo della nave gestiscono motori, generatore di emergenza, porte stagne, porte tagliafuoco, ascensori, ventole di raffreddamento e allarmi e che saranno utili a ricostruire l’ esatta dinamica dei fatti, dall’ incendio all’ evacuazione». Finora dunque non è bastato l’ utilizzo del software fornito dall’ azienda che ha installato la cosiddetta «capsula», quella che memorizza e custodisce le informazioni delle ultime 12 ore prima di un incidente, un incendio, un naufragio. Funziona così: il comandante della nave blocca le registrazioni e il marchingegno le congela invece di sovrascriverle con nuovi dati nelle ore successive. Fino a quel punto le cose avevano funzionato. Il comandante Argilio Giacomazzi aveva fatto quel che doveva. Quindi adesso si trattava semplicemente di estrarre le informazioni e capire se ci furono errori o negligenze nella catena di comando durante l’ incendio. Ma niente da fare. Ai tanti punti oscuri del naufragio si aggiunge, poi, un altro aspetto che dovrà essere chiarito dalla magistratura. Fu infatti lo stesso procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe a riferire, poco dopo la tragedia, di un «tentativo da parte della società armatrice del traghetto di agganciare il relitto con due suoi rimorchiatori». Un’ operazione non andata a buon fine e che è costata la vita a due marinai albanesi. «Non conosciamo il motivo che ha indotto la società a provare di rimorchiare il traghetto posto sotto sequestro – ha aggiunto Volpe – spero non sia stato fatto per sottrarre il relitto alle indagini». L’ armatore Carlo Visentini, già indagato per il naufragio, dovrà dare risposte anche a questo punto interrogativo. La replica all’ epoca venne come sempre affidata ad un comunicato: «Come suo preciso e improcrastinabile dovere, non appena informata del tragico incidente, la società Visemar ha provveduto ad incaricare delle operazioni di salvataggio la Smit Salvage, primaria compagnia specializzata nel soccorso delle navi in difficoltà. Di tale incarico è stata informata anche l’ autorità marittima. La compagnia armatrice non ha altro interesse che l’ accertamento della verità e pertanto si atterrà ad ogni indicazione che verrà data dall’ autorità giudiziaria». f. m.

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