23 Gennaio 2015

«Pinguino», l’ intesa è vicina

«Pinguino», l’ intesa è vicina

Il condizionale è d’ obbligo, perché in una vertenza lunga quindici anni, dire che si è pronti a mettere la parola fine è un azzardo. Ma certo tutto fa immaginare che siamo alle strette finali nella bagarre che ha visto da una parte la Dicomi, ditta proprietaria dell’ area di servizio «Il Pinguino» e, dall’ altra, il comitato di cittadini che, assistito dai legali del Codacons, in via Benacense II chiedeva di dormire in tranquillità. In mezzo il Comune, naturalmente. Che per mesi ha tentato di far sedere allo stesso tavolo le parti in causa, cercando una mediazione. Ora la mediazione è vicina: l’ ultima bozza di accordo prevede da parte dell’ azienda di realizzare una serie di investimenti anche importanti – si parla di una barriera antirumore di 3 metri, obblighi di manutenzione e realizzazione di serracinesche – che dovrebbero garantire da una parte all’ azienda di poter lavorare e, dall’ altra al quartiere di non essere molestato dall’ inquinamento acustico. Le parti sembravano già piuttosto vicine all’ accordo, ma ora lo sono ancora di più. Perché la vertenza che la Dicomi ha parallelamente portato avanti contro il regolamento comunale sull’ inquinamento acustico, pur con i tempi della giustizia italiana, è approdata al Consiglio di Stato. E qui, in una sentenza di qualche giorno fa, l’ intesa tra le parti si dà per fatta al punto di dichiarare cessata la materia del contendere. Di più. È la Dicomi, spiega il Consiglio di Stato, che rinuncia all’ appello, perché «le parti hanno definito gli elementi essenziali di un accordo transattivo». Partita chiusa? Quasi appunto. Perché il Consiglio di Stato è di fatto un ulteriore fattore di accelerazione. Perché la sentenza dei giudici romani ha un primo grande effetto, quello di rendere esecutiva la sentenza del Tar che tanto aveva indignato la Dicomi, perché limitava fortemente la possibilità dell’ azienda di portare avanti la propria attività in determinare fasce orarie, limitando i decibel possibili a 60 di giorno e 50 la notte. Ma su quel provvedimento, che pure il Tar aveva «salvato» rigettando il ricorso, il Comune non era andato al muro contro muro, proprio perché rimaneva pendente l’ appello al Consiglio di Stato. Da qui la volontà di arrivare ad un accordo bonario tra le parti in causa. Ma la sentenza dei giudici romani riporta tutto indietro, a quanto statuito dal Tar: limiti forti all’ attività dell’ autolavaggio sono già sanciti in quella sentenza. Senza un’ intesa, le lancette dell’ orologio tornano a quel punto. Per questo un C.Z. accordo sembra più vicino.
 

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