A Natale si è speso solo per il pranzo Se sale l’ Iva, non ci resta che la dieta
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fonte:
- Libero
Finito il Natale, si tirano le prime somme dei consumi di periodo, e così si scopre che tutto resta stagnante ad eccezione degli alimentari o meglio di quanto serviva per imbandire la tavola delle feste e dimenticarsi, almeno per un giorno, di tutte le preoccupazioni, delusioni, paure e accontentare il palato. Il resto secondo il Codacons è stato, come negli ultimi 6 anni, la solita delusione tanto da far azzardare dall’ associazione consumatori uno scenario nerissimo nel quale sarebbero diminuite le spese natalizie di circa la metà, nel periodo 2008/2014, riducendole a circa 10 miliardi di euro contro gli oltre 19 di prima. Crisi e tasse sono i due imputati di tale drammatica inversione. La prima ha generato disoccupazione. Le tasse a fronte di una crisi depressiva di dimensioni inimmaginabili solo 10 anni fa, invece di allentare la presa sui contribuenti, è stata aumentata portando la pressione fiscale complessiva, in una forbice tra il 48% e il 67%, se si tiene conto dell’ incidenza dell’ evasione. Per non farsi mancare proprio nulla lo Stato, o meglio la politica, ha optato per la peggiore delle soluzioni in fatto di scadenze, una fissata a luglio, l’ altra a dicembre. Le due scadenze hanno ridotto non solo la spesa, ma anche le vacanze (a Natale quasi il 90% delle famiglie ha festeggiato in casa, fino al 2007 era all’ incirca il 75%, le previsioni per capodanno sono solo lievemente più rosee), con riflessi negati soprattutto per i piccoli medi esercizi. Come se non bastasse la legge di stabilità prevede nel 2016/17 l’ aumento dell’ Iva fino al 3,5%, così da diventare con il 25,5% la più elevata d’ Europa. Per capire cosa potrebbe succedere nel caso il governo dovesse decidere di procedere in tal senso, basta vedere il caso Giappone, che con azione analoga è ritornata in recessione dell’ ultimo semestre di più di 3 punti. A fronte di tutte queste considerazioni Renzi e i ministri si rifugiano nel ritenere tutti coloro che le rendono pubbliche, dei gufi. Sarà ma di strategie vincenti per risalire la china se ne potrebbero sicuramente adottare. Ad esempio utilizzando i bonus fiscali per certi tipi di acquisti, attraendo investimenti con norme che premiano chi investe con capitale proprio, e ancora favorendo l’ accesso alle polizze assicurative sanitarie per abbassare la spesa assistenziale pubblica; senza dimenticare l’ esigenza di ottemperare al calo della spesa pubblica, nella misura di almeno il 10% e procedere nelle dismissioni degli immobili pubblici inutilizzati, per creare liquidità alle casse dello stato e degli enti locali. Basterebbe agire in tal senso con una politica industriale e commerciale complessiva e alcune delle magagne che gli italiani sopportano, si allenterebbero. Il 2015 sarà l’ anno dell’ Expo, la grande vetrina globale che consentirà all’ Italia di essere sotto i riflettori del mondo per ben 180 giorni. Il numero delle prevendite dei biglietti di accesso e delle prenotazioni alberghiere in Milano e dintorni marcia deciso; ben minori, se non insignificanti, sono per ora gli effetti indotti per il turismo nel resto del Paese. Una debole azione di raccolta e proposta attrattivo-turistica, attraverso la nascita di un portale Italia, in grado di offrire centinaia di pacchetti per visitare non solo le bellezze artistiche, ma anche i siti industriali particolarmente conosciuti nel mondo, è all’ origine di questo risultato ad oggi fallimentare. Expo sarà un grande successo ma il rischio che lo sia solo per Milano e possa valere meno di quanto potrebbe esserlo per incidere sul nostro Pil, è purtroppo tutt’ altro che remoto. Magari chiedersi di chi è la colpa, al di fuori del “gufismo” non sarebbe male. BRUNO VILLOIS
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