Scuola al via, otto milioni in classe L’ allarme: aule vecchie e sovraffollate
Linda Meoni OTTO milioni di studenti sui banchi, una riforma che scalda i motori ma anche un mare di problemi non risolti. La scuola riparte. Primi ad inaugurare l’ anno 2014-2015 sono stati i ragazzi di Bolzano (9 settembre) e Trento (10 settembre), insieme alla carica dei 41mila del Molise (10 settembre), mentre il ‘giorno X’ scandito dal suono della campanella per la maggior parte dei ragazzi italiani scatterà dopodomani, lunedì. Ancora qualche giorno di vacanza dai libri invece per Puglia e Sicilia, che ritardano l’ ingresso in classe al 17 settembre. Quasi otto milioni di ragazzi, si diceva, tra elementari, medie e superiori, ai quali vanno aggiunti tutti gli alunni che frequentano le scuole paritarie. A fare la parte da leone tra le regioni con maggior numero di istituzioni scolastiche c’ è la Lombardia (1.145 su 8.519), che detiene anche il record di studenti con cittadinanza non italiana (183mila sugli stimati 740mila). Si torna sui banchi tra salassi (il Codacons calcola oltre 750 euro di spesa a figlio tra corredo e libri, ma anche materiale per la classe) e le difficoltà di sempre. Il nodo edilizia . Nonostante la lista degli interventi accolti dal governo compresi nel pacchetto da un miliardo per garantire la sicurezza dei plessi scolastici, l’ allarme resta alto. «L’ 80% delle nostre scuole è a rischio in caso di terremoto – spiega Marcello Pacifico, presidente del sindacato Anief, tra i più rappresentativi del mondo scolastico – e la questione barriere architettoniche resta centrale. La storia è ancora una volta più complessa al Sud. Accade infatti che gli investimenti seguano la scia degli iscritti: dove più ce ne sono, è lì che s’ investe». Classi pollaio. «L’ aggravante in una situazione già di per sé complessa – continua Pacifico – è il mancato rispetto del diritto all’ istruzione dei ragazzi con handicap. Diminuiscono le ore, non si investe più in tempi prolungati per le classi elementari e medie, mentre alle superiori si fanno i conti con la mancata integrazione scuola-tessuto industriale. Non è un caso che i neet , ovvero quei ragazzi tra i 15 e i 25 anni che non studiano né lavorano, abbiano raggiunto livelli allarmanti». Il precariato . «La scuola non è un’ azienda – dice ancora Pacifico -. Non si può ragionare in una logica di tagli. Cantare vittoria per l’ assunzione dei 34mila precari? Difficile, se le risorse restano le stesse: li assumono sì, ma poi li pagano come fossero precari. E questo certo non significa rispettarne i diritti. Ma c’ è anche un altro male endemico, quello che riguarda la carenza di dirigenti scolastici. Ci sono situazioni paradossali in cui una sola persona amministra sette plessi». I prof del Sud al Nord. «È una questione fisiologica – spiega – che niente ha a che fare con un problema di ius soli e che è testimonianza di quanto si cerchi di colmare nel pubblico un profondo vuoto nel privato. Ma parliamoci chiaro: fare l’ insegnante oggi non è una fortuna. È una condanna». La risorsa. «Penso al Sud in primo luogo. Qui dove si registra la più grave carenza di aziende, si potrebbe investire intorno al patrimonio culturale, prendendo ad esempio una città come Trento, che ha sviluppato tutta la sua economia a partire dalla sua ricchezza culturale. Potremmo vivere di rendita e invece non ne siamo capaci».
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