12 Settembre 2014

L’ AUTOSTRADA È DI TUTTI, ANZI NO

L’ AUTOSTRADA È DI TUTTI, ANZI NO

Cos’ è una strada? Sembra una domanda banale, ma alla luce di quello che sta accadendo alla BreBeMi diventa una domanda necessaria. Insieme a un’ altra: di chi è una strada? Di chi la costruisce o di chi la usa? Una volta (diciamo ai tempi del miracolo economico, quando si progettò la rete autostradale nazionale) la risposta sarebbe stata semplice e univoca: una strada è di tutti. Da un punto di vista economico, è proprietà di chi la costruisce; ma è di chi la usa in quanto infrastruttura sociale. Senza una cosa, l’ altra non si tiene. Tanto è vero che per la costruzione di una strada si può violare anche uno dei totem del capitalismo: la proprietà privata. Infatti, nel superiore interesse comune, si espropriano terreni e quant’ altro. Una strada serve a tutti e il singolo proprietario non può opporre oltre un certo limite i suoi diritti. Guarda caso, anche la A35 ha usato lo strumento dell’ esproprio: implicito riconoscimento che la sua costruzione era di interesse pubblico. Poi, però, una volta aperta con la benedizione del premier (altro attestato di pubblica utilità), la A35 si è trovata – come si dice oggi – «sul mercato». E la sua natura è mutata in una notte. Non più opera di interesse pubblico, ma mero «competitor» nella guerra delle percorrenze: è ben nota la «guerra» che contro di lei combatte la A4. Una guerra che usa anche l’ arma del boicottaggio, non offrendo segnalazione agli utenti dell’ esistenza della concorrente. O, se sì, avvisando di non usarla perché costa troppo. Per non parlare della pubblicità comparativa (più o meno corretta) sui cartelloni a lato carreggiata. E così torniamo al punto di partenza: ma una strada non è di tutti? Va bene la concorrenza a colpi di pedaggio, ma non esiste un superiore bene comune per cui l’ esistenza di una strada deve essere di dominio pubblico, consentendo a chi la usa di fare la sua scelta? È già successo con i treni, dove Trenitalia boicotta Italo sull’ uso di alcune stazioni. O peggio, con Arenaways, buttata fuori dal mercato della tratta Milano-Torino perché non le sono state concesse delle fermate-chiave. Eppure il solerte Codacons non se la prende per questo, ma perché la A35 pubblicizza un raccordo non del tutto percorribile in autostrada come se lo fosse. Siamo in un mondo diviso tra gli imprenditori e i consumatori, nonché i loro apologeti e rappresentanti: ma è un mondo dove sembra che nessuno di costoro si renda conto di fare parte di una comunità più grande che ha delle regole che talvolta non corrispondono a quelle del mercato. Durante gli anni del boom, invece, questa coscienza sembrava molto chiara a tutti. E, anche a costo del peccato mortale di dirigismo economico dello Stato (secondo i liberisti), lo sviluppo era un’ idea condivisa, non un’ affannosa guerra intestina. Il risultato, ci dice la Storia, fu un incredibile balzo in avanti del paese. Niente di comparabile alla palude in cui ci troviamo dopo decenni di sbornia del libero mercato. Non so se avete notato che, nel passaggio dalle Ferrovie dello Stato a Trenitalia, i passeggeri, nella comunicazione ufficiale, sono diventati «spettabile clientela». Anche nel caso delle autostrade non sarebbe meglio che gli «utenti» venissero semplicemente considerati come dei viaggiatori? Esseri umani che si spostano piuttosto che pagatori di tariffe?
di davide ferrario
 

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