Discariche, rifiuti tossici e percolato «Basta veleni, pronti alle barricate»
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fonte:
- Il Mattino
Giovanna Di Giorgio Il fucsia un po’ impolverato delle bouganville è l’ unico tocco di colore in via dei Greci. Sbucano dalla recinzione delle Fonderie Pisano. A guardarlo da fuori, il famigerato opificio, sembra dismesso da un pezzo, avvolto com’ è nel grigiore e abbandonato all’ incuria esteriore dei vecchi capannoni dai vetri rotti. Ma il rumore che scavalca i cancelli dice che dentro, in realtà, si sta lavorando. I cubilotti non sono in funzione. Nel fine settimana riposano. Ma gli altri processi della lavorazione no, quelli continuano. Parte da lì, dalla fabbrica di Fratte che è ormai diventata l’ emblema della lotta all’ inquinamento nella Valle dell’ Irno, il tour organizzato da «Rete ambiente e salute Salerno» e dall’ Isde. Ambientalisti e medici, ché i due temi, ambiente e salute, marciano di pari passo. Da lì si avvia il pulmino di Rete solidale Salerno. Parte alla volta di un viaggio tra la spazzatura nella zona sud della provincia. Ma s’ incammina senza rassegnazione. Al contrario: con un urlo di lotta che è diventato un hashtag: #non saremo terra di munnezza. Perché il percorso pensato da Nello Di Pasquale vuole dire a gran voce che non c’ è nessuna volontà di rassegnarsi a essere terra di sversamenti o di investimenti che minacciano l’ ambiente. Vuole far sapere che c’ è gente ? tanta – che si batterà fino alla fine per difendere il proprio territorio, cittadini che gridano affinché le proprie terre non si tocchino per essere ferite di nuovo. Comitati pronti a dimostrare che uno «Sblocca Italia che in Campania prevede ben diciassette interventi ? spiega Di Pasquale – tutti riguardanti discariche, inceneritori, impianti a biomasse, non serve». Imboccata l’ autostrada, non bisogna andare molto lontano per imbattersi nei problemi. I gabbiani che si librano sul sito di Ostaglio sono tutt’ altro che rassicuranti. Il mare è lontano, ma loro svolazzano indisturbati sul deposito temporaneo per i rifiuti organici del Comune di Salerno. Poco distante c’ è il centro abitato di Pontecagnano. E intorno un paesaggio che, man mano che si procede verso sud, si fa più ricco di vegetazione. Case in costruzione, capannoni nuovi di zecca e gru tenute ferme dalla crisi che si fondono a ulivi, viti, alberi da frutto e balle di fieno. Il pulmino punta dritto verso Serre. La statale 19, che conduce alla discarica di Macchia Soprana, è un susseguirsi di curve baciate dall’ ombra. Il verde della macchia mediterranea si perde nei colori del Sele e nelle chiazze multitinta dei fiori di campo: giallo, rosa, rosso. Sputano le prime pale eoliche. Girano lente e silenziose. Ce ne sono diverse anche ai margini dello sversatoio realizzato nel 2007 «per salvare Valle della Masseria ? spiegano i membri del movimento Serre per la vita ? in cambio di un’ area di oltre dieci ettari di bosco». Dietro ai cancelli oggi chiusi della discarica, sono state sepolte 700mila tonnellate di rifiuti. «Un sito di stoccaggio provvisorio, da svuotarsi nel giro di pochi mesi, ma che sta ancora lì dopo sette anni ? spiega Baldassarre Chiaviello ? e due vasche. A marzo scorso c’ è stata una grossa frana, a dire che ci sono smottamenti continui. Basti guardare i pozzi che captano il percolato ? ne indica uno ? Sono obliqui». Sono sì iniziati i lavori di messa in sicurezza, ma resta il fatto che il sito sorge a 800 metri dal Sele, a qualche chilometro dalla traversa di sbarramento che forma una diga strategica per l’ agricoltura della piana, oasi del Wwf. Lì vive la più numerosa colonia di lontre in Italia. «O forse viveva ? continua Baldassarre ? perché le perdite di percolato da Macchia Soprana e dalla dirimpettaia Basso Dell’ Olmo, la discarica di Campagna, sono numerose». Eppure un impianto di depurazione del percolato c’ è ed è in funzione. «Qui arriva anche il percolato delle ecoballe di Persano, altra grana per Serre». A preoccupare il comitato non è solo Macchia Soprana. «Il vero problema è la discarica di Pagliarone ? spiega Battista Chiaviello ? nata come impianto di lombricoltura ma ceduta poi a una ditta di Napoli. Lì ci sarebbero rifiuti tossici di ogni genere». A testimoniarlo, raccontano, le troppe morti per tumore avvenute proprio nell’ area limitrofa: «A Pagliarone ? continua ? nel raggio di un solo chilometro ci sono venti famiglie. Dal 2000 a oggi ci sono state tredici morti, l’ ultima due mesi fa: una donna di 52 anni». Ma ad essere emblematica è la morte di Pasquale: «Aveva 43 anni e in quella zona oltre a viverci portava al pascolo le sue pecore. Se l’ è portato via un tumore all’ intestino». Sono addolorati, i membri del comitato. Si sentono presi di mira. Perché c’ è altro che bolle in pentola: «Accanto all’ Oasi di Persano, a Falzia, dovrebbe sorgere un impianto sperimentale autorizzato per sei mesi dalla Regione Campania ? spiegano i due cugini Chiaviello – Un co-inceneritore da 1,5 megawatt che dovrebbe bruciare rifiuti ospedalieri e sostanze chimiche pericolose e, al tempo stesso, produrre energia elettrica e biometanolo». Un impianto «autorizzato senza Valutazione di impatto ambientale perché sperimentale». Quando il pulmino lascia Macchia Soprana, un falchetto vola sulla boscaglia. Sullo sfondo, gli Alburni stanno a guardare. Se a Serre la gente è sfiancata da una lotta lunga anni, a Montesano sulla Marcellana è agguerrita. Il paese, in festa per il santo patrono, pullula di striscioni che dicono «no». Gli abitanti si sono portati tutti a Montesano Scalo. Anziani, donne, bambini, compresi il parroco don Maurizio Esposito e il sindaco Donato Fiore Volentini. Nessuna discarica, lì. Ma una stazione elettrica Terna «d’ importanza strategica nazionale»: 70mila metri quadri, di cui edificati già 45mila. Una vicenda complessa, fatta di ricorsi e inchieste giudiziarie, di omissioni e di silenzi assensi, iniziata nel 2004, quando i Comuni di Montesano e Casalbuono decisero di realizzare un parco eolico. Del quale, però, si è perso traccia. Sì, perché, dell’ originario progetto non è rimasto nulla o quasi. Lo denuncia il comitato «Nessun dorma», presieduto dalla vulcanica Teresa Rotella. Si battono per evitare che la stazione venga realizzata proprio lì, nel paese in l’ acqua che sgorga dai Monti della Maddalena diventa acqua Santo Stefano. Per giunta in una zona protetta da vincolo paesaggistico, vicinissima al centro abitato e a pochi metri di distanza da una scuola. E a soli sette metri dal torrente Pantanelle, quando la legge impone una distanza minima di 150 metri. Il Pantanelle, insieme al fiume Imperatore, è protetto da vincolo fluviale. «Il progetto in questione ? spiega Rotella ? si riferisce a una cosa, ma si sta realizzando tutt’ altro. Il parco eolico non si realizzerà mai perché la Regione non ha dato lo svincolo per gli usi civici. Mentre la stazione, che doveva essere realizzata in alta montagna a Casalbuono, ad almeno trenta chilometri di distanza, è stata spostata qui». Il danno e la beffa, dunque, in una vicenda che ha dell’ incredibile: «Qui si è costruito senza la Valutazione di impatto ambientale, che era stata rilasciata per Casalbuono ma non per Montesano. Il progetto ? spiega ? non è mai passato al vaglio del consiglio comunale e si regge su permessi acquisiti relativamente alla prima ipotesi, quella che collocava la stazione in alta montagna». La Regione ha contestato a Terna la mancanza della Via. I termini per la presentazione delle integrazioni scadono domani. Ma non basta a tranquillizzare i cittadini, in presidio costante davanti alla stazione. «La nostra è una battaglia che ci contrappone direttamente allo Stato», dice il sindaco. Ma che unisce maggioranza e opposizione: «Quando si tratta di ambiente e salute c’ è solo concordia», spiega il consigliere di minoranza Angelo Bitorsi. Quella contro la stazione Terna non è l’ unica lotta di Montesano. Rosangela Pepe De Novi si occupa da anni della centrale di pompaggio del gas metano Snam, situata in una pianura di dieci chilometri quadrati coltivata e adibita a pascolo. «Da alcuni controlli risulta che i metalli pesanti superano i limiti di legge nei sedimenti e nel suolo. In particolare cadmio, arsenico e vanalio. Ora, non posso dire che siano riconducibili alla centrale, però non esistono nel territorio altre aziende». Così come non si può stabilire un nesso causale tra l’ impianto ? a cui arriva gas dall’ Algeria per essere poi pompato in Italia – e le numerose malattie tumorali riscontrate nel territorio. Anche qui la beffa: «Nelle nostre case il metano non c’ è. Ma non è questo il punto ? continua Rosangela ? Chiediamo un monitoraggio esterno, perché non serve che il controllato faccia il controllore di se stesso». Vicino a Montesano, a Buonabitacolo, altre rogne: lì si combatte contro le antenne di radiotelefonia. «In questo caso è la legge che non ci tutela, relativamente ai limiti di tollerabilità del corpo umano», spiega il consigliere Lucia d’ Alessio. Eppure, il territorio del Vallo di Diano è così bello e ricco, sia nel paesaggio che nell’ architettura. Padula è a un tiro di schioppo. Non solo la Certosa, ma anche il battistero paleocristiano di San Giovanni in fonte, l’ unico costruito su una sorgente. Roberto De Luca del Codacons di Sala Consilina lo sceglie per parlare del «processo Chernobyl» a carico di un’ organizzazione che avrebbe smaltito illecitamente nel Vallo di Diano, oltre che tra il casertano e il foggiano, tonnellate di rifiuti. Tra San Pietro al Tanagro, Teggiano, Sant’ Arsenio e San Rufo sarebbero stati interrati rifiuti di ogni genere. Quando il pulmino prende la strada per Oliveto Citra è già pomeriggio. Il munnezza tour s’ imbatte in una realtà singolare. Il comitato «No Inceneritore» lotta contro la messa in funzione, essendo già stato realizzato al posto della vecchia distilleria Sodime, dell’ impianto Tortora. «Non è un impianto a biomasse, come è stato spacciato ? spiega Francesco Senese ? ma un inceneritore. La Regione Campania autorizza Tortora a stoccare morchie e fondami di origine idrocarburica destinati alla termodistruzione». La novità è che si tratterebbe del primo termovalorizzatore privato, «unico in Italia», sostengono. «Una piattaforma ambientale per il trattamento delle biomasse, ecc. Nell’ eccetera, però, ci sono trecento codici di rifiuti pericolosi e non pericolosi, tranne quelli atomici». Eppure, per le loro contestazioni, i cittadini si stanno appellando a norme di carattere paesaggistico ed edilizio. «L’ autorizzazione ? aggiunge Senese ? è stata concessa con una serie di omissioni». Anche qui lo stesso problema di Montesano: l’ impianto sorge a meno di centocinquanta metri dal fiume Sele, oltre che a brevi distanze dalle terme di Contursi e dall’ Ente riserva Sele e Tanagro. E vicino al centro abitato. Vicina al centro abitato, nel bel mezzo della frazione di San Vito, sorge pure la discarica di Colle Barone, a Montecorvino Pugliano. Mario Codanti, l’ avvocato e bioagricoltore che per anni si è battuto contro le ecomafie con una bara e i suoi asinelli, mostra la zona da una prospettiva privilegiata, che si raggiunge attraversando un uliveto secolare. «Qui è come Sant’ Agata dei due Golfi, solo che da un lato c’ è Colle Barone e poco più avanti Parapoti». Lo spettacolo è agghiacciante: una prospettiva lunare, fatta di crateri e avvallamenti. E cave dalle quali ancora si estrae argilla, benché il territorio sia ormai martoriato fino all’ inverosimile. A nulla sono valse le inchieste, i sequestri e i blitz: si lavora. «Le discariche di Colle Barone in realtà sono due ? spiega Codanti ? entrambe di proprietà Troisi. La prima nacque negli anni ’70 per accogliere i rifiuti del solo Comune. Alla sua base addirittura s’ è formato un laghetto: le acque di falda. Lì sotto c’ è di tutto, dai rifiuti ospedalieri ai fusti tossici. E lo dice l’ Anpa». Ma ci sono anche voci più inquietanti: «Sarebbero tombati addirittura camion interi. Un’ altra terra dei fuochi». Le «leggende», Codanti le chiama così, legate ai due siti sono diverse: «Verso la fine degli anni Novanta cadde un traliccio dell’ Enel. E non per uno smottamento, ma perché ci sarebbe stata una sorta di esplosione che avrebbe fatto franare anche la strada e la collinetta sulla quale siamo». Storie vere o voci, di fatto Colle Barone è una bomba ecologica. E poco distante da Parapoti: «Non è che quella discarica sia messa meglio. Anche lì si parla di camion che, di notte, raggiungevano il sito e sversavano chissà cosa». Di bonifiche non se ne parla, soprattutto per Colle Barone. Più volte annunciata, mai è stato fatto nulla. La stessa Parapoti è al momento in una condizione difficile a causa dell’ accumulo di percolato. Tanto che i pozzi di captazione del biogas non riescono più a funzionare, invasi come sono dal liquido. Quando il pulmino torna al punto di partenza, è ormai tardo pomeriggio. Il viaggio nella «biutiful cauntri» ha spento anche il fucsia delle bouganville. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
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