Class action del Codacons «Mose da commissariare»
di Francesco Furlan VENEZIA Se è vero che «il Mose è diventato il bancomat dei ladroni» non ci sono alternative: «i cantieri vanno fermati, il Consorzio Venezia Nuova va sciolto e affidato a Raffaele Cantone – nominato l’ altro giorno presidente dell’ Autorità Anticorruzione, ndr – e il Mose va posto sotto sequestro perché è il corpo del reato». Ne è convinto il presidente nazionale del Condacons, l’ avvocato Carlo Rienzi, ieri a Mestre per presentare assieme al presidente regionale Franco Conte la Class action – anche se in termini giuridici è improprio chiamarla così – contro i ladroni del Mose. Venerdì mattina i rappresentanti dell’ associazione dei consumatori hanno consegnato in procura la documentazione per accreditarsi come parte offesa nel procedimento penale a carico delle persone indagate. L’ associazione stima che il danno possa essere di almeno 2 miliardi e 700 mila euro, calcolato sugli incrementi di costo dell’ opera e i minori trasferimenti ottenuti dal Comune dalle Legge speciale proprio perché dirottati sul sistema delle dighe mobili che si è mangiato la fetta più grande dei trasferimenti. Per aderire all’ azione collettiva c’ è tempo fino al 31 luglio, e per farlo basta andare sul sito dell’ associazione, iscriversi e compilare i moduli che poi, ogni persona che deciderà di aderire, dovrà far pervenire alla procura. «Il risarcimento dei cittadini veneziani ma non solo, perché potrà aderire qualsiasi cittadino italiano», spiega Rienzi, «è il minimo che si possa fare perché il Mose si è rilevato una mangiatoia per tutti, alimentata con i soldi pubblici, e quindi con i soldi dei cittadini». «Il nostro», aggiunge Rienzi, «è anche un modo per fare sentire meno soli i magistrati in questa battaglia di legalità dentro la città». Quella di oggi però non è la prima battaglia del Codacons contro il sistema di dighe mobili dato che già nel 2004 i consumatori, con il sostegno di altre associazioni locali (Ambiente Venezia, Magistratura democratica e l’ Assemblea permanente No Mose) aveva promosso un ricorso al Tar, rigettato, e l’ anno successivo respinto anche dal Consiglio di Stato. Il Codacons, oggi come allora, sostiene che non sia mai stata applicata una corretta procedura per la valutazione di impatto ambientale, by-passata dal Comitatone. E va da sé che se Tar e Consiglio di Stato si sono espressi su documenti che oggi si scopre potrebbero essere stati aggiustati – è questa la linea del Codacons – ci sono i presupposti per chiedere la revoca di quelle sentenze come è del resto previsto dall’ articolo 395 del Codice di procedura civile. Tuttavia, anche se il Codacons avesse ragione resta però la questione di che fare con una grande opera che nel frattempo è arrivata all’ 85% per cento della sua realizzazione, e che dovrebbe essere ultimata, salvo imprevisti, entro la fine del 2016. «È un dibattito che bisogna avere il coraggio di affrontare», sostiene ancora Rienzi, «perché noi crediamo che, anche se siamo arrivati a questo punto, sia meglio fermare tutto, lasciare così com’ è perché in base a quello che sta emergendo dalle indagini della procura veneziana nessuno può dire con certezza che questa sarà un’ opera sicura. Meglio quindi fermarsi qui e destinare gli ulteriori stanziamenti previsti ad altri interventi di riqualificazione della laguna». Uno scenario improbabile. «Se proprio l’ opera deve andare avanti», spiegano del Condacos, «è necessario l’ intervento di un commissario speciale, e noi siamo convinti che questo commissario da mettere a controllare i lavori debba essere Cantone». Il Codacons poi si batterà anche perché, nel corso del processo, la probabile richiesta di costituzione di parte civile da parte dello Stato venga respinta. «Perché lo Stato è quello che ha provocato quello che è successo, il Consiglio dei ministri di oggi è in continuità con i consigli dei ministri di ieri, non sono parti diverse. Le responsabilità di quanto accaduto sono anche nello Stato». ©RIPRODUZIONE RISERVATA.
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