11 Aprile 2014

Martinelli rivuole i fucili confiscati «Sono per mio figlio, io non li tocco più»

Martinelli rivuole i fucili confiscati «Sono per mio figlio, io non li tocco più»

Due pistole, due fucili da caccia, cinque carabine, centinaia di munizioni. Li rivuole indietro, perché quelle armi non sono connesse al reato commesso. Proceduralmente ineccepibile. Ma se il signore che reclama la restituzione del suo arsenale è l’ uomo che il 3 maggio del 2012 fece irruzione nell’ Agenzia delle Entrate di Romano, sparando e tenendo in ostaggio un impiegato perché esasperato da un debito che poi si rivelò di soli 2.400 euro, be’ è lecito farsi cogliere da un brivido. Lui è Luigi Martinelli, 56 anni, di Calcio, libero in attesa della richiesta di affidamento ai servizi sociali ora che il patteggiamento a tre anni è passato in giudicato. Cerca un lavoro e un po’ di pace, dopo essere finito alla ribalta delle cronache nazionali col suo giorno di ordinaria follia. «Ma io non posso più toccarle»«I fucili, le carabine e le pistole non sono mai stato intenzionato a riaverli per me – confessa -. Dai, sarebbe il colmo se mi ridessero le armi, con quello che ho combinato. Non posso più toccarle, giusto così. Il porto d’ armi me l’ hanno ritirato. Però, quelle armi sono intestate a me e quindi dovevo essere io a presentare la domanda. Io vorrei darle a mio figlio, che ha il permesso, o piuttosto regalarle a un amico. Tutto, purché non vadano distrutte: sarebbe uno spreco».È così che, il 31 luglio scorso, Martinelli si presenta alla caserma dei carabinieri di Calcio per informarsi sulla restituzione del piccolo arsenale che i militari gli avevano sequestrato durante la perquisizione domiciliare subito dopo il suo blitz. Scoprendo che la confisca non è scattata solo per le due pistole, il fucile e il coltello che s’ era portato con sé durante il blitz all’ Agenzia delle Entrate, ma pure per tutte le bocche da fuoco rimaste parcheggiate a casa. L’ ex artigiano decide allora di intraprendere una battaglia legale contro la decisione del gip Giovanni Petillo. «Perché – ragiona l’ avvocato Giuliano Leuzzi, che il Codacons ha messo a disposizione di Martinelli – nella sentenza c’ è un elenco delle armi usate per commettere il reato e uno di quelle che erano regolarmente detenute a casa. E quindi l’ estensione della confisca a queste ultime ci pare un provvedimento abnorme».La richiesta negataMartinelli chiede la restituzione, ma il gip gli risponde picche perché, dopo gli accertamenti in questura, «non risulta in possesso dell’ autorizzazione a detenere armi». Di fronte a ciò, ritenta con un’ integrazione dell’ istanza: nella quale chiede che siano affidate al figlio, in possesso di porto d’ armi e residente in un’ abitazione diversa da quella del padre . Ma anche in questo caso nulla si muove.All’ ex artigiano non resta che le via del ricorso in Cassazione. Il legale si rende conto quale attrito potrebbe provocare il concetto che, con una brutale sintesi, suona così: l’ uomo armato che seminò il terrore tra 17 persone in un ufficio pubblico pretende di venire nuovamente in possesso di fucili e pistole. E così l’ avvocato, nel suo documento, parte morbido scrivendo che quello dell’ ex artigiano è stato «un disperato gesto dimostrativo causato dalla esasperazione per alcune vessazioni fiscali che si era trovato a subire». «Un gesto – aggiunge la difesa – di cui si è ampiamente pentito e in conseguenza del quale nessuno subì alcuna lesione, non essendo mai stato sparato alcun colpo in direzione delle persone presenti».La difesa: confisca abnormeNel ricorso si critica la decisione del gip, bollandola come «attività giurisdizionale abnorme» e si ricorda che la confisca è stata estesa ad «armi regolarmente detenute» e senza «nessun collegamento ai reati in oggetto del procedimento e della sentenza». «È come se facessi un incidente con un’ auto e mi sequestrassero anche quelle che tengo in garage», è l’ esemplificazione spiccia che Martinelli offriva ieri pomeriggio al telefono. La Corte suprema ha però rinviato la decisione allo stesso gip Petillo. È così che si è giunti alla camera di consiglio di ieri. Al termine della quale il giudice s’ è riservato la scelta, chiedendo che si produca documentazione per dimostrare che il figlio dell’ ex artigiano ha i titoli per detenere pistole, fucili, carabine e munizioni del padre. Una volta fatto questo, il via libera pare pressoché scontato.«Sarebbe bello che finissero a qualcuno, senza che siano distrutte – auspica Martinelli -. Io no, giuro, quelle cose lì non le tocco più».n.
fabrizio boschistefano serpellini

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