E Schettino tornò a bordo “Tutti accaniti contro di me ma io ci metto la faccia”
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fonte:
- la Repubblica
DAL NOSTRO INVIATO ISOLA DEL GIGLIO – Sì, è salito a bordo. Con due anni di ritardo, ieri. E ha trasformato una perizia giudiziaria in uno spettacolo. Brutto spettacolo. Francesco Schettino, ex comandante della Costa Concordia, ha fatto un giro – definizione sua – sulla nave che ha mandato a picco. Un giro plateale, nervoso, sfacciato. È durato più di tre ore – dalle 10,38 alle 14,15, trasporti in pilotina compresi – e non c’ è stato un momento in cui quella visita non sia stata mostrata al pubblico. Neppure quando l’ ex comandante ha raggiunto il punto più alto della nave per controllare il generatore d’ emergenza che quella notte non funzionò, quando con i procuratori Pizza e Leopizzi ha controllato gli ascensori bloccati, ognuno a un piano diverso, quando è risalito all’ ultimo ponte, a fianco del campo da tennis in sintetico, iniziando a spedire sms come un teenager in gita scolastica. I fotografi appostati sul muretto del promontorio di Punta Gabbianara erano in diretta telefonica con il suo avvocato, Domenico Pepe, e da duecento metri di distanza gli chiedevano la migliore inquadratura del cliente: «Fagli togliere il casco, non riusciamo a riconoscerlo. Fallo girare, sta sempre di spalle». E Schettino, star consapevole, stella della tragedia Concordia che sta provando a raddrizzare un processo difficile dopo che gli hanno raddrizzato la nave da crociera, toglieva l’ elmetto, offriva il profilo. La mattina si presenta alla riunione sulla sicurezza neppure troppo presto. Sorride ai giornalisti televisivi amici, quelli fin qui disponibili a servizi senza domande ma, innervosito dal muro dei cameramen che gli impedisce “l’ esclusiva”, dà un pugno sull’ auto, poi una gomitata al reporter del Tirreno. Si rifugia nel dehor di un ristorante, si sposta al molo, quindi sale sulla pilotina con il secondo gruppo di procura in missione sul relitto: con loro Schettino attraversa il braccio d’ acqua più fotografato al mondo, porticciolo dell’ isola del Giglio-Costa Concordia. Sei minuti con il mare buono, attracco sotto il più largo e profondo dei due rientri del transatlantico a bagno maria, sono le fiancate dove lo scafo – sempre più giallo – si era appoggiato sul fondale di granito. L’ ex comandante tocca nave per ultimo, ma arriva in cima per primo, rapido sulle scale esterne come rapido fu quando lasciò il timone per le scialuppe, quel 13 gennaio. È all’ undicesimo piano, ora sette sono sott’ acqua. Il giudice gli ha formalmente chiesto una postura da osservatore silenzioso, ma lui dà indicazioni ai consulenti, si sbraccia, telefona. «I periti del comandante », li definirà. Non intende abdicare. Il primo obiettivo del sopralluogo – che deve verificare perché ascensori collaudati e bracci delle scialuppe non hanno funzionato, se colpa dell’ incidente o di una nave nuova eppure destinata subito a revisioni profonde – è il quadro elettrico 109. L’ ex comandante, giubbotto di pelle in braccio, trova un alleato nel tecnico del Codacons, costituiti, loro, parte civile: «Ci dovete dire quando avete saldato questa grata, quando avete cambiato la porta stagna». Interviene su tutto, mostra i segni delle manomissioni – ci sono due indagati della Costa Crociere per questo – e chiede di restare a bordo «almeno quanto ci starà la procura ». Accusa e difesa pari sono: i periti della procura prelevano un contatore, computer, interruttori. Dal muretto del Promontorio gli zoom dei fotografi mostrano l’ ex comandante risalire cinque volte e per cinque volte rientrare nella pancia della Concordia. Quando è fuori, telefona. Indossa un paio di guanti bianchi, «dentro la nave c’ è polvere e ruggine». Allarga le braccia come per dire: «E che ci potevo fare?». Ieri a Repubblica l’ ha detto più volte: le colpe sono degli altri, il secondo in plancia, il timoniere, la compagnia, gli ascensori. Ma il procuratore capo di Grosseto, Francesco Verusio, già lo ha smentito: «Il black out elettrico non ha causato la morte di 32 persone». Intorno alla nave il lavoro delle chiatte è lento, scadenzato dal volo dei gabbiani. Nessuno al Giglio sa quando la porteranno via, dove: «Forse a luglio, forse a Genova ». L’ ex comandante ha lasciato, anche questa volta non ultimo, la Concordia. Dalla lancia tira fuori lo smartphone: prima si fotografa, due, tre scatti “selfie”, poi, come fosse uno dei mille turisti richiamati dallo spettacolare disastro e non un imputato di omicidio colposo plurimo, immortala la nave che ha fatto diventare relitto. «Ci serve per la documentazione », sembra una cartolina ricordo. Torna al molo, chiama i carabinieri e chiede protezione: «I giornalisti mi assalgono». Gli assalti delle domande: «Perché ha abbandonato la nave?», «perché non ha mai chiesto scusa?», «di che cosa si sente responsabile?». Un abitante passante gli urla contro: “Affogati!”. Non risponde, s’ allontana, poi torna indietro, prova una conferenza stampa al porticciolo: «Parlate voi di abbandono della nave che non ci capite un c…, se davo l’ ordine di abbandono scatenavo il panico…, vi accanite contro di me, se foste al mio posto sareste morti di nervosismo…, io so cosa ho fatto, conosco le mie colpe, ma fino a quando non le dirà la Cassazione neppure io le dirò…». Non abdica, no. Il traghetto del ritorno salpa, Schettino si va a chiudere nelle cucine, piazza agli oblò carta velina per fermare i flash. E quando il ferry è di nuovo in terraferma, a Porto Santo Stefano, non scende: «O se ne vanno i giornalisti», quelli che lui ha richiamato al Giglio, «o resto barricato qui». L’ avvocato Pepe lo recupera sotto coperta con il suo Volvo, il traghetto riparte con venti minuti di ritardo. L’ ex comandante, dall’ auto, saluta e sorride ai bambini. Sono vestiti da carnevale. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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