13 Febbraio 2014

Evasione, sono i prof. i nemici del Fisco?

Evasione, sono i prof. i nemici del Fisco? 

Caro professore, cara professoressa, conosco benissimo questa faccenda, sia come figlio (in età geologiche) di due insegnanti, sia perché consumatore anch’ io, sempre in quelle età, di lezioni private a pagamento, quando quelle di mio padre e mia madre non bastavano (sapete greco, matematica, magari chimica?). Ai miei non è mai venuto in mente di chiedere ricevute ai colleghi, né, quando sono diventato padre a mia volta e ho ripercorso per i figli le antiche scale, è venuto in mente a me. Perché l’ umanità è meno grigia, burocratica, prussiana di quanto non immaginino il Codacons, qualche funzionario del Fisco e qualche giornalista a caccia di vecchissimi scoop. Tanto più che scoop di questo tipo si offrono, magari, proprio nel momento in cui il giornale o il talk show concorrente fanno sapere che si contano a decine di migliaia gli italiani in fuga all’ estero con la cassaforte per non pagare le tasse: 50 mila, dice l’ Istat, nel 2011, quasi 70 mila nel 2012. Novità: non più solo in Svizzera, dove comunque i trasferimenti sono aumentati con la crisi e non danno fastidio alla Confederazione (ambiente, densità della popolazione, usi e costumi), come invece quando l’ immigrazione è povera (vedi referendum di domenica per chiudere i varchi). Oggi l’ emigrazione ricca va alle Canarie, a Panama, a Dubai. In questo esodo verso le montagne, le isole, gli oceani, i continenti, non ci sono professori, giurateci. Io non ne ho visto nessuno, né da ragazzo né da adulto, diventare ricco, perché non ci si arricchisce risparmiando lira su lira. E neanche euro su euro. È stato scritto che «l’ intero settore dell’ insegnamento fa parte integrante della nostra gloriosa economia sommersa»: ma non conviene fare d’ ogni erba un unico fascio, se perfino il direttore generale delle Entrate, Be fera, ammetteva qualche giorno fa all’ Assolombarda che «l’ intervento amministrativo sanzionatorio verso il contribuente andrebbe graduato tenendo conto della sua storia fiscale». Perfino la Fiat, con le sue nuove sedi fiscali all’ estero per tutto ciò che non è prodotto in Italia, può dire che il regime fiscale italiano – parole beferiane – «non contribuisce a rendere il nostro contesto economico terreno appetibile per l’ investitore estero». E nemmeno italiano. Naturalmente, una cosa è l’ investitore, una cosa è l’ insegnante che fa in nero lezioni per 30 euro l’ ora, un’ altra cosa ancora è il parassita coi forzieri pieni di eredità e beni sottratti ai concittadini, che, quando vede la mala parata, emigra all’ estero. Qualcosa per mettere costoro nella rete è indispensabile, qualcosa che sia mossa da Roma. Intendiamo dire dal governo prossimo venturo. Si aspetta Renzi anche per questo.

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