12 Febbraio 2014

Tasse svedesi, povertà italiana

Tasse svedesi, povertà italiana

Tania aveva diciotto anni. È morta per un ascesso non curato che le ha causato uno choc settico polmonare. L’ infezione alla bocca si è diffusa fino al tessuto muscolare del collo, ha raggiunto i polmoni, le ha provocato una fascite. Il calvario è iniziato il 19 gennaio scorso quando la ragazza è stata portata all’ ospedale Buccheri La Ferla di Palermo, e si è concluso il 10 febbraio. Da quanto è stato reso noto, la famiglia non aveva i soldi per pagare un dentista a Tania. Una tragedia, e un caso rarissimo, ma che può accadere quando si trascura la cura dei denti. Il rifiuto delle cure è una realtà sempre più diffusa in Italia. Secondo il Codacons l’ 11% degli italiani è costretto in questa situazione. Per le cure odotoiatriche la percentaule sale addirittura al 23%, anche perché la sanità pubblica non è in grado di garatirle. Le liste d’ attesa sono lunghe mesi. La scomparsa di Tania avviene in coincidenza della fotografia scattata dall’ Istituto nazionale di Statistica (Istat) sullo stato di desertificazione industriale, deprivazione personale e di recessione economica in cui si trova il nostro paese. Nel quadro d’ insieme, «Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo», emerge la realtà materiale delle famiglie e della sanità pubblica in cui è avvenuta la tragedia palermitana. La spesa per la sanità pubblica nel 2012 è stata di circa 111 miliardi di euro, pari al 7% del Pil (1.867 euro annui per abitante). È una delle più basse d’ Europa, ben distante dai 2.345 dollari spesi nel 2011 dalla Finlandia o i 2.224 della Spagna. Tra tagli e «razionalizzazioni», diminuiscono anche posti letto e ospedali. Con la preannuciata riduzione di 1 miliardo di euro al Sistema sanitario nazionale nel 2014 e nel 2015, spiega l’ Istat, l’ Italia scenderà ben al di sotto della media europea di 5,5 posti letto per mille abitanti: 3,7 per ogni mille abitanti. A livello regionale, nel decennio della spending review alla spesa sanitaria, il numero è crollato da 4,3 a 3,5 posti letto, con punte drammatiche di 2,9 in Campania. Il numero delle strutture ospedaliere è passato da 1.286 nel 2002 a 1.165 nel 2010. La riduzione della spesa sanitaria è uno degli aspetti dell’ austerità che è iniziata nel nostro paese ben prima della crisi del 2008. Gli ultimi cinque anni hanno inciso gravemente sui bilanci familiari, al punto che l’ Istat arriva a parlare di «deprivazione». Il 24,9% delle famiglie (una su quattro) vive in una situazione di disagio economico. Una famiglia su quattro si trova in questa situazione. Ha almeno tre dei nove indici di disagio economico: non può permettersi di sostenere spese impreviste, pagare arretrati o permettersi un pasto proteico ogni due giorni. Coldiretti sostiene che la deprivazione colpi sce 4.068.250 persone povere. Tra queste ci sono oltre 428.587 bambini con meno di 5 anni e oltre 578 mila over 65 anni che sono costretti a chiedere aiuti alimentari (anche se preferiscono non andare alla mensa dei poveri). Con l’ arrivo dell’ euro, e il raddoppiamento dei prezzi, aggiunge il Codacons, si può stimare che il 50% degli italiani fatichi ad arrivare alla fine del mese. Secondo la Confederazione italiana agricoltori la riduzione della spesa per il cibo è diminuita di 2,5 miliardi di euro dal tra il 2012 e il 2013. Su questa situazione pesa l’ aumento del peso fiscale al 44,1% (era al 42,5% nel 2011 e al 41,3% nel 2000). livelli simili alla Svezia (44,7%) che tuttavia garantisce un alto livello delle prestazioni del Welfare. Cosa che invece non accade in Italia. Molto spesso, questa realtà viene usata dai sostenitori delle politiche del rigore di bilancio come la giustificazione dei tagli al Welfare. L’ Istat sostiene invece che la spesa per la protezione sociale supera il 30% del Pil, un valore appena superiore alla media Ue. I dati dell’ Istat illustrano la desertificazione in atto nell’ occidente capitalistico, l’ altro volto della finanziarizzazione della vita economica e dell’ indebitamento delle popolazioni. è un viaggio a ritroso nel tempo accelerato dalla recessione che ha ridotto il Pil pro capite in termini reali sotto il livello del 2000 (-1,6%). Negli ultimi 10 anni è aumentato del 12,5%, la crescita più bassa in Europa. Nel 2014 la disoccupazione è stimata al 12,8% e al 12,9% nel 2015. La disoccupazione giovanile è al 41,6%, la più alta dal 1977. Per quanto riguarda gli inattivi, l’ Italia viene dopo Malta (36,3%), mentre il lavoro sommerso coinvolge il 12% della popolazione attiva. Gli occupati a tempo parziale sono il 17,1%, chi ha un contratto a termine è il 13,8%. In Italia lavorano 61 persone su 100 tra i 20 e i 64 anni, un livello inferiore di 14 punti rispetto all’ obiettivo Ue per il 2020: il 75%. Le più colpite dalla precarietà e dalla disoccupazione sono le donne. Lavorano solo il 50,5%. Peggio fanno solo Spagna (59,3%) e Grecia (55,3%).

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this