Se sale l’ aliquota scende il gettito
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fonte:
- Libero
Più tassi, meno incassi. Aumentare l’ Iva potrebbe rappresentare un boomerang a stretto (e doloroso) ritorno per il bilancio pubblico, già traballante. Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe analizzare l’ impatto dell’ aumento (dal 21 al 22%), e cercare di contenere gli effetti sui consumi incomprimibili (generi di prima necessità), provando ad uniformare l’ Iva su quei prodotti, come il pane, che subiscono diversi tipi di imposta a seconda dei tipi di commercializzazione o sulle diverse categorie merceologiche. Magari il presidente del Consiglio, Enrico Letta e il ministro dell’ Economia, Fabrizio Saccomanni, provvederanno a tamponare la falla (politica) seminando qualche incentivo tanto per non dare la mazzata finale ai consumi (come per il comparto auto). Però l’ effetto generalizzato sarà devastante. Secondo le ipotesi formulate dagli Artigiani di Mestre l’ aumento potrebbe far lievitare i costi annui da 30 a 120 euro a famiglia nei prossimi 3 mesi. Resta il fatto che se martedì 1 ottobre si procederà a far scattare quell’ 1% in più gli italiani spenderanno qualche soldino (ancora) in più per mangiare, spostarsi, anche dormire. Non c’ è voce del bilancio familiare che sarà immune dal rialzo. Tanto da aggiudicarci il poco invidiabile primato europeo dell’ aliquota Iva tra le più alte del Vecchio Continente. Più cara rispetto a noi solo in Ungheria (27%), Danimarca e Svezia (25%) e Romania (24%). Quattro Paesi europei hanno progressivamente portato l’ Iva al 23% (Irlanda, Polonia, Portogallo e Finlandia). Resta il fatto che tra i Grandi d’ Europa siamo oggi affiancati al Belgio, alla Spagna e all’ Olanda (ordinaria al 21%). Mentre le economie che funzionano si guardano bene dal comprimere i consumi interni come dimostrano le imposte sul valore aggiunto applicate in Austria (20%), Francia (19,6%) e Germania (19%). Non che la locomotrice d’ Europa disdegni incassare qualche miliardo in più agendo sulla leva dell’ Iva. Soltanto si preferisce evitare per non incorrere in un paradossale effetto boomerang: ovvero un calo generalizzato del gettito dovuto proprio alla contrazione dei consumi. E i precedenti sono allarmanti: secondo i conti del Codacons «la dimostrazione», che si tratti di un provvedimento suicida, «è nei dati ufficiali. Il gettito Iva, nei primi 7 mesi dell’ anno è già calato del 5% (-2.944 milioni). La ragione è, ovviamente, nella riduzione degli scambi interni. Dal settembre 2011, vale a dire da quando c’ è stato il primo incremento dell’ aliquota dal 20 al 21%, alla fine del 2012, il calo del gettito Iva è stato di 3,5 miliardi. Il crollo complessivo, quindi, dal primo incremento dell’ aliquota ad oggi, è stato di quasi 6,5 miliardi di euro». Considerando che sterilizzare l’ aumento costerebbe, a spanne, circa 1 miliardo, si rischia di incassare l’ 85% in meno di quanto potrebbe essere l’ incasso aumentando a ottobre l’ aliquota. L’ effetto compressione dei consumi viene sventolato come uno spauracchio dalle Associazioni del terziario (Confcommercio, Confcooperative, Rete imprese), che fanno i conti sull’ impatto che questo ennesimo aumento – una situazione di depressione dei consumi e di crisi economia – potrebbe avere. Spiega Confcommercio: tra gli altri effetti indesiderati l’ aumento porterà in dote anche un ulteriore calo dell’ occupazione (meno consumi, meno produzione, meno occupati), stimato prudentemente in 10mila posti di lavoro in meno. Più duro Ivan Malavasi: «Dal 2008 il potere di acquisto delle famiglie è calato del 9,7%», spiega il presidente di Rete Imprese Italia, «e non mostra alcuna inversione di tendenza. Anzi, nel 2013 i consumi stanno continuando a diminuire del 2,4%: un ritmo superiore al calo del Pil». Ben più allarmato Giuseppe Guerini, portavoce Alleanza cooperative Sociali: il ritocco dell’ Iva – se le prestazioni sociali sociosanitarie ed educative erogate da cooperative sociali per conto di Asl e Comuni non saranno esentate . farebbe lievitare del «150% (dal 4% al 10%) i costi». Con «pesanti contraccolpi sul welfare con 500mila persone (minori, disabili e anziani non autosufficienti) senza servizi». E 43mila addetti senza più lavoro.
antonio castro
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