Il clamoroso default di inizio del 2002 e quegli italiani ancora senza giustizia
-
fonte:
- Modena Qui
Il clamoroso default di inizio del 2002 e quegli italiani ancora senza giustizia
E dunque, dopo quasi dodici anni, la saga dei Tango-bond non è ancora finita. Tutto iniziò, come il classico fulmine a ciel sereno, nei primissimi giorni del 2002. Quando l’ Argentina, lacerata dalla crisi che aveva portato a sanguinose rivolte di strada, cessò di rimborsare i propri titoli di Stato. Poco importa quale fosse la causa del dissesto, ciò che conta è che Buenos Aires disse che non voleva restituire né interessi né capitale. Per circa 450mila italiani, significava salutare 13,5 miliardi di euro. O forse no. Come in altri Paesi, i truffati tricolori, perché di truffa si tratta, si mobilitarono. Le banche che avevano collocato i bond, compresa la malaparata, tentarono di salire sul carro. E così nacque la Task force Argentina (Tfa), presieduta da Nicola Stock. Voluta dall’ Abi, la Confindustria del credito, la Tfa serviva e serve a dare rappresentanza unica, nelle controversie giuridiche internazionali, ai creditori del Belpaese, che in effetti aderirono al 92%. A inizio 2005, partì la prima Ops, offerta pubblica di scambio, del governo del presidente peronista Néstor Kirchner, proposta da Stock definita «indecente». Gli obbligazionisti avevano due opzioni: ottenere titoli dello stesso valore nominale di quelli non rimborsati, ma con interessi bassi e capitale restituito solo dal 2029; o titoli discount , con valore nominale decurtato al 33,7%, interessi più alti e capitale rimandato al mittente dal 2024. Le adesioni, in Italia, raggiunsero appena il 27,8%. All’ estero andò invece molto meglio: un dettaglio di non poco conto, perché tale situazione pose una certa pressione sui risparmiatori del Belpaese, essenziali per il successo dell’ intero piano di rientro. Il 3 maggio 2010, allora, scattò la fase due: Kirchner sarebbe morto nell’ ottobre seguente, ma alla presidenza gli era già succecuta la moglie, Cristina. Le condizioni della nuova offerta, per ammissione dello stesso ministro delle Finanze Amado Boudou, erano peggiori rispetto a quelle della tornata precedente: ma alla fine altri 200mila italiani accettarono un valore nominale ridotto del 75,06% rispetto ai titoli in origine sottoscritti. E così alla fine del 2012, stando al Codacons, rimanevano senza soddisfazione circa 60mila cittadini del Belpaese. Una parte di loro tentò una via alternativa, ripetutamente caldeggiata dalle stesse associazioni dei consumatori. Quella via passa per la giustizia interna: i risparmiatori dovevano citare, però, non lo Stato argentino, bensì le banche tricolori che collocarono i Tango-bond. In tal caso, i termini prescrizionali per sollevare il contenzioso scadevano dopo dieci anni dal default, ovvero a dicembre 2011. Per qualcuno tra colorro che hanno tentato questa strada sono in effetti giunti i primi, forse solo parziali successi. Per chi, invece, i soldi li rivuole direttamente dal debitore, lo Stato argentino appunto, l’ unica speranza sembrava sinora riposta nell’ arbitrato che la Tfa ha instaurato all’ Icsid, organo della Banca Mondiale. Certo, arbitrato non vuol dire risarcimento. Secondo la fiduciosa Tfa, una sentenza dovrebbe arrivare a novembre. Intanto, però, ha costretto i tango-obbligazionisti a mettere ancora mano al portafoglio: il governo sudamericano non ha pagato la propria parte delle spese di lite, e se la Tfa non avesse coperto pure quella quota il procedimento tutto sarebbe decaduto. Infine, ieri, la notizia della possibile, nuova offerta di scambio da parte della Repubblica sudamericana. E la fiammella della speranza, per i risparmiatori, torna flebilmente ad accendersi.
-
Sezioni:
- Rassegna Stampa
-
Aree Tematiche:
- BANCA
-
Tags: Banca, tfa, titoli di Stato
