8 Agosto 2013

Argentina, il crac del 2002 beffò 450mila italiani

Argentina, il crac del 2002 beffò 450mila italiani

Con Cirio e Parmalat, e non vi sarebbe bisogno di ripeterlo, è stata la storia simbolo, in Italia, del risparmio tradito e mazziato. La vicenda dei Tango-bond iniziò, come il classico fulmine a ciel sereno, nei primissimi giorni del 2002. Quando l’ Argentina, lacerata dalla crisi che aveva portato alle rivolte dei cacerolazos , cessò di rimborsare i propri titoli di Stato. Poco importa quale fosse la causa del dissesto, se ad esempio l’ aggancio tra la moneta locale, il peso , a un’ artificiale parità con il dollaro statunitense. Ciò che conta è che Buenos Aires disse che non voleva restituire né interessi né capitale. Per circa 450mila italiani, significava salutare 13,5 miliardi di euro. O forse no. Come in altri Paesi, i truffati tricolori, perché di truffa si tratta, si mobilitarono. Le banche che avevano collocato i bond, compresa la malaparata, tentarono di salire sul carro. Così nacque la Task force Argentina (Tfa), presieduta da Nicola Stock. Voluta dall’ Abi, la Confindustria del credito, la Tfa serviva e serve a dare rappresentanza unica, nelle controversie giuridiche internazionali, ai creditori del Belpaese, che in effetti aderirono al 92%. A inizio 2005, partì la prima Ops, offerta pubblica di scambio, del governo del presidente peronista Néstor Kirchner, proposta da Stock definita «indecente». Gli obbligazionisti avevano due opzioni: ottenere titoli dello stesso valore nominale di quelli non rimborsati, ma con interessi bassi e capitale restituito solo dal 2029; o titoli discount , con valore nominale decurtato al 33,7%, interessi più alti e capitale rimandato al mittente dal 2024. Le adesioni, in Italia, raggiunsero appena il 27,8%. All’ estero andò invece molto meglio: un dettaglio di non poco conto, perché pose una certa pressione sui risparmiatori del Belpaese, essenziali per il successo dell’ intero piano di rientro. Il 3 maggio 2010, allora, scattò la fase due: Kirchner sarebbe morto nell’ ottobre seguente, ma alla presidenza c’ era già la moglie Cristina. Le condizioni della nuova offerta, per ammissione dello stesso ministro delle Finanze Amado Boudou, erano peggiori rispetto a quella precedente: ma alla fine altri 200mila italiani accettarono un valore nominale ridotto del 75,06% rispetto ai titoli in origine sottoscritti. E così alla fine del 2012, stando al Codacons, rimanevano senza soddisfazione circa 60mila cittadini del Belpaese. Per loro, poiché l’ Argentina ha sempre escluso una terza offerta di scambio, non resta che aspettare l’ arbitrato instaurato dalla Tfa all’ Icsid, organo della Banca Mondiale. Almeno per chi ha scelto la strada tradizionale, quella di cercare il rimborso diretto, dal governo sudamericano, dei bond sottoscritti. Certo, arbitrato non vuol dire risarcimento. Appena il 24 ottobre, la Tfa ha comunicato che conta fiduciosa di ottenere vittoria entro il 2013. Intanto, però, ha costretto gli obbligazionisti a mettere ancora mano al portafoglio: il governo sudamericano non ha pagato la propria parte delle spese di lite, e se la Tfa non avesse coperto pure quella quota il procedimento tutto sarebbe decaduto. In verità, vi sarebbe pure una seconda strada, ossia vendere i bond: una cosa quasi impossibile a livello pratico, perché nessuna persona dotata di senno comprerebbe simili titoli. E allora ecco la terza via, quella che il Codacons e le altre associazioni dei consumatori caldeggiano. La terza via passa per la giustizia italiana: i risparmiatori devono citare, però, non lo Stato argentino, bensì le banche tricolori che collocarono i Tango-bond. E’ meglio, anzi, parlare al passato: i termini prescrizionali per sollevare il contenzioso scadevano infatti dopo dieci anni dal default, ovvero a dicembre 2011. Qualcuno, come conferma l’ articolo sopra pubblicato, lo ha fatto. E con successo. (ni.ted.)

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