8 Maggio 2013

Ecco quello che si è fatto e non si è fatto dopo il caso “benzene”

Ecco quello che si è fatto e non si è fatto dopo il caso “benzene”

 

Ha imposto la costituzione di una task force presso l’ Asp vibonese, con la presenza di nostri rappresentanti. In quella sede, le nostre preoccupazioni hanno trovato ampia conferma, tanto che sia nel primo verbale dell’ 8 febbraio 2013 che nel secondo del 19 dello stesso mese, è stato prospettato un programma per porre rimedio alle numerose carenze ed omissioni fino ad allora registrate nell’ intera filiera dei controlli. Tra queste, la mancata caratterizzazione e l’ altrettanto omesso monitoraggio del bacino artificiale dell’ Alaco fin dalla sua entrata in funzione, come peraltro emerso dalla citata inchiesta della Procura della Repubblica di Vibo Valentia». Nel corso della prima riunione «è stato anche verificato che l’ Arpacal non ha mai eseguito le dodici analisi annue sulle acque grezze del bacino, previste dal d.lgs. 31/2001. Su tale puntola dottoressa Santagati ha dichiarato che esse non competono all’ Arpacal di Vibo Valentia, con ciò facendo emergere il pericoloso vuoto esistente sia nella catena dei controlli che in quella delle responsabilità. Altra grave omissione -prosegue il documento – è emersa riguardo i prelievi e le analisi dei campio ni idrici. I primi eseguiti senza attenersi ai protocolli vigenti e le seconde in contrasto con le prescrizioni del d.lgs. 31/2001 che ne fissa il numero e i parametri minimi». Nella successiva riunione della task force, «alla quale non siamo stati invitati – spiegavano CittAperta e Codacons – pur facendo parte del tavolo, è stata prodotta una mappa dei punti di prelievo dei campioni idrici (poi esibitaci nel corso di una riunione presso la Prefettura) da sottoporre ad analisi di routine e di verifica, proponendo di estenderle a “tutti gli altri siti soggetti a misura restrittiva” (proposta dell’ ingegner Me cora – ha imposto la costituzione di una task force presso l’ Asp vibonese, con la presenza di nostri rappresentanti. In quella sede, le nostre preoccupazioni hanno trovato ampia conferma, tanto che sia nel rante, custode giudiziario degli impianti sequestrati). Il commissario straordinario, dottoressa Bernardi ha anche proposto “di definire in un incontro successivo i parametri da valutare (extra norma)”. Inoltre, è stato confermato quanto già deciso nella prima riunione circa l’ impegno di dare la massima pubblicità ai risultati delle analisi, attraverso una sezione del sito Web dell’ Asp. E’ invece sparito dall’ agenda dei lavori il tema delle “case dell’ acqua” (impianti che dovevano essere localizzati in vari punti della città con il controllo di qualità h24) che pure era stato posto all’ ordine del giorno della prima riunione». A tutti gli impegni elencati si è aggiunto, nel corso di un incontro pubblico organizzato dalle associazioni, nella giornata del 28 febbraio 2013, quello dello stesso prefetto «di chiedere l’ intervento dei funzionari dell’ Istituto superiore di sanità per gli accertamenti atti aridare le necessarie garanzie alla salute pubblica. Dette indagini, per come riferito ripetutamente dai giornali, avrebbero riguardato la caratterizzazione del bacino Alaco, compresi i sedimenti, in conformità alle normative vigenti. Ciò si rende necessario anche alla luce delle inquietanti testimonianze raccolte dal documentario Rai “AcquaRaggia”, che hanno confermato i sospetti delle popolazio emergere il pericoloso vuoto esistente sia nella catena dei controlli che in quella delle responsabilità. Altra grave omissione -prosegue il documento – è emersa riguardo i prelievi e le analisi dei campio ni su un traffico di camion provenienti da Amantea e trasportanti materiali non identificati che sarebbero stati scaricati nel bacino anche durante il suo riempimento. Così ripercorsi i fatti, dobbiamo in primo luogo rimarcare la gravità della sospensione del lavoro della task force, e la necessità di una sua pronta ripresa, restando in attesa della convocazione». Avevano scritto, ancora, CittAperta e Codacons: «Non possiamo inoltre esimerci da alcune necessarie considerazioni: per un verso, sui dati direttamente rinvenibili sul sito web dell’ Asp e, per altro verso, sulle notizie apprese, in via indiretta, dai giornali locali. Sui primi non possiamo non constatare come le analisi, che per legge l’ Asp di Vibo deve effettuare, continuano ad essere parziali sia in numero che in tipologia. La verifica di ciòè alla portata di chiunque voglia confrontare le tabelle A, B e C del citato d.lgs. 31/2001 con quelle pubblicate dall’ Asp. E parliamo di quelle minime perché di quelle “extra”, invocate da più parti sia nella prima che nella seconda riunione, si è persa ogni traccia. E, si badi, tra quelle pubblicate sono emerse non conformità per eccesso di ferro e per la presenza di coliformi, che hanno riguardato proprio i comuni serviti dalle acque provenienti dall’ Alaco (tra cui Vibo Valentia, Vazzano, Gerocarne), il che contraddice le temerarie affermazioni del Commissario dell’ Asp di Vibo Valentia riportate dal Quotidiano del 21 aprile 2013». A giudizio delle associazioni «non può inoltre sottacersi il paradosso e la gravità della situazione attuale: ancora, ad oggi, le analisi vengono affidate all’ Arpacal, la quale, a differenza di molte altre Arpa sul territorio nazionale, è un organismo ancora privo di accreditamento Accredia (specialmente per il controllo delle acque), con tutti i conseguenti e legittimi dubbi sulla correttezza delle metodiche usate e sui risultati delle analisi, inficiabili e comunque scientificamente prive di certezza; a ciò si aggiunga che la stessa Agenzia regionale è anche direttamente coinvolta nelle indagini relative all’ acqua dell’ Alaco, per le omissioni dei controlli sulle acque superficiali, e, fatto parimenti inquietante appreso dalle recenti cronache giudiziarie apparse sugli organi di informazione regionali, nelle indagini condotte dalla Procura di Catanzaro sulle assunzioni di personale privo di idonee competenze (quis custodiet custodem?). Come può essere infine letta e classificata l’ assenza (per mancata trasmissione) dei dati sullapresenza di pesticidi nelle acque della (sola) Calabria nel “Rap.

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