Orari senza limiti i commercianti dichiarano guerra
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fonte:
- Il Messaggero
Al via la raccolta firme di Confesercenti contro le liberalizzazioniI CONSUMATORI DIFENDONO LE NUOVE NORME E LE APERTURE NEI GIORNI FESTIVI: «UTILI AI CITTADINI» LA PROTESTA Vogliono restituire alla regione Lazio quella libertà stabilita dal titolo V della Costituzione e nello specifico, cancellare una legge che, applicata al settore dei commercianti, fanno notare, «non esiste in nessun altro paese europeo»: l’ apertura domenicale dei negozi, resa facoltativa, ma di fatto obbligatoria per via della concorrenza, con le liberalizzazioni del decreto Salva Italia del governo Monti. Questa mattina la Confesercenti insieme a Fedestrade sarà alla chiesa di Santi Aquila e Priscilla per la raccolta firme a sostegno della proposta di legge popolare volta a ridare potere decisionale alle regioni sulle aperture. Perché «in un momento in cui i negozi sono vuoti e gli acquisti stagnanti, obbligare i commercianti a tener aperta l’ attività 365 giorni l’ anno non serve di certo a rilanciare il commercio nella capitale», spiega Valter Giammaria presidente della Confesercenti di Roma e provincia. «Gli unici che possono beneficiare delle liberalizzazioni ? prosegue Giuseppe Roscioli, a capo della Confcommercio di Roma ? sono i negozi del centro che fanno affidamento sui turisti, ma è un aspetto ? conclude ? estremamente residuale, ha poco senso per i consumi interni». Di tutt’ altro parere è, invece, il Codacons, che fa delle liberalizzazioni uno degli strumenti più validi per rimettere in moto gli acquisti. «Sono un incentivo destinato a dare, in prospettiva futura, buoni risultati, perché permettono al cittadino di avere la possibilità di comprare in qualsiasi momento, di fare la spesa se esce tardi dal lavoro, di acquistare anche solo un libro durante una passeggiata in un giorno festivo». NEGOZI IN CRISI Intanto però, liberalizzazioni o meno, nella capitale aumentano vertiginosamente le chiusure dei negozi. Nei primi due mesi del 2013 a Roma sono scomparse 790 attività commerciali. Molti esercenti hanno alzato bandiera bianca e si sono arresi al calo dei consumi e all’ aumento dei costi di locazione, dandola vinta ai portafogli serrati e alle tasse troppo alte. Dal primo gennaio al 28 febbraio a Roma ci sono 62 alimentari e 491 negozi in meno cui si aggiunge lo stop per altre 237 attività di ristorazione e alloggio. Sedie rivolte sui tavoli e cucine chiuse per 116 ristoranti, 97 bar e 24 strutture ricreative. E non c’ è scampo per nessuna zona della capitale. A viale Marconi hanno smesso di lavorare una quindicina di esercizi, a via del Tritone circa 28 negozi hanno tirato giù la saracinesca, seppur proprio in quella via, nascerà a breve una gigantesca Rinascente, ma i lavori sono ancora fermi. A piazza San Lorenzo in Lucina ha soffiato il vento di licenziamenti anche in negozi di marche famose. Un noto punto vendita specializzato in borse ha messo in mobilità ventitré dipendenti. In via Appia, da gennaio a oggi, sono morti 164 punti vendita. «C’ è uno scenario apocalittico», dice Massimo Sassetti, presidente dell’ associazione commercianti della zona e titolare di un punto vendita specializzato in oggettistica a piazza Re di Roma. I problemi restano sempre gli stessi. Si chiude perché non si vende, si chiude perché le tasse e gli affitti sono troppo alti e le banche non fanno credito. «Il 40% dei commercianti che nel 2012 aveva chiesto un prestito non superiore ai 50mila euro non l’ ha ottenuto», puntualizza Valter Giammaria. «Per la prima volta dal dopoguerra ? prosegue il presidente della Confesercenti di Roma e provincia ? la mortalità delle attività commerciali ha superato la natalità». Camilla Mozzetti © RIPRODUZIONE RISERVATA.
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