29 Dicembre 2012

IL CASO ROMA Il dominio delle compagnie petrolifere non è affatto finito.

IL CASO ROMA Il dominio delle compagnie petrolifere non è affatto finito.

IL CASO ROMA Il dominio delle compagnie petrolifere non è affatto finito. Ma le cosiddette pompe bianche e i punti vendita collegati a supermercati e centri commerciali stanno incrinando l’ assetto oligopolistico che caratterizza la rete di distribuzione dei carburanti. E dunque, adesso, occorre insistere su questa strada. Venti mesi di indagine sono bastati all’ Antitrust per concludere che la liberalizzazione del mercato sta producendo qualche benefico effetto sui prezzi. Un litro di benzina o di diesel, acquistato fuori dai circuiti tradizionali, arriva a costare anche 13 centesimi in meno. E gli automobilisti, come dimostrano i numeri, vanno a caccia di occasioni. Infatti, i punti vendita legati alle compagnie petrolifere continuano a fare la parte del leone in termini numerici: sono 22 mila contro gli oltre 2 mila degli operatori indipendenti e gli 82 della Grande distribuzione organizzata. Ma la classifica si capovolge se si misura l’ erogato medio per impianto: 7,2 milioni di litri per la Gdo, 1,6 per le pompe bianche, 1,4 per gli impianti delle compagnie petrolifere. SETTORE IN LENTO MOVIMENTO L’ indagine mostra che, a livello assoluto, è la grande distribuzione quella più conveniente in fatto di prezzi: da 9 a 13 centesimi di euro più bassi rispetto alle compagnie petrolifere e da 1,5 a 5 centesimi di euro più giù in confronto agli impianti bianchi. Non poco, considerato che risparmi dai 6 agli 8 centesimi al litro si traducono in un taglio di 4 euro su un pieno di 50 litri. Dal punto di vista della diffusione, sono le pompe bianche (distributori low cost privi di logo di proprietà di piccoli imprenditori che applicano la logica del discount anche sulla benzina) la minaccia emergente per i colossi del mercato. Non sono ancora moltissime (rappresentano appena il 4% sulla rete di distribuzione nazionale) ma secondo una proiezione possono raggiungere il 10%. Una prospettiva incoraggiata dall’ Antitrust che riconosce che il processo di liberalizzazione ha introdotto elementi di discontinuità incrementando il numero di nuovi operatori. Quanto alle compagnie tradizionali, il giudizio dell’ autorità è molto severo. Nell’ indagine viene denunciata «una forte similitudine di comportamento» nella definizione dei prezzi. Tanto è vero, viene fatto osservare, che la forbice di variazione dei prezzi medi mensili delle diverse società «non supera il 2%». Al contrario di quanto avviene per i prezzi dei carburanti venduti attraverso altri canali che mostrano andamenti meno convergenti. Secondo il Garante per la concorrenza, emerge dunque «un panorama di interazione oligopolistica tra gli operatori integrati». I BIG NEL MIRINO Un comportamento che chiama in causa soprattutto Eni ed Esso. E che, secondo l’ Antitrust, «configura uno scenario dalla chiara connotazione collusiva, che potrebbe teoricamente costituire l’ esito di un coordinamento tra gli operatori verticalmente integrati. Di tale eventuale coordinamento, tuttavia, nel corso dell’ indagine non sono state acquisite evidenze». C’ è insomma il sospetto che le compagnie concordino i prezzi da praticare. Ma mancano le prove. Così il garante offre qualche suggerimento per migliorare la concorrenza: sviluppare il maggior numero di operatori indipendenti efficienti, privilegiare gli impianti della grande distribuzione preferendo la modalità di vendita con il marchio proprio, sfruttare il futuro avvio di un mercato delle logistica petrolifera e di un mercato all’ ingrosso dei prodotti petroliferi liquidi. Positivo il commento del Codacons, secondo il quale con pompe bianche e Gdo si possono risparmiare 156 euro su base annua. Mentre Adusbef auspica che le nuove reti riescano a conquistare il 15% del mercato. Michele Di Branco © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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