Il debito sfonda il muro Fitch: «Serve un governo stabile»
di Elena Comelli MILANO UN FINE anno col botto per il debito pubblico italiano, che sfonda il tetto dei duemila miliardi di euro, malgrado tutte le manovre che hanno devastato più volte le tasche dei cittadini. Sono oltre 33mila euro di debito che gravano sulle spalle di ogni italiano, compresi i bambini, in base ai calcoli dell’ Istituto Bruno Leoni. «E duemila miliardi di debito oggi sono duemila miliardi di tasse domani», fa notare Carlo Stagnaro, direttore scientifico dell’ istituto. Che fare? «Abbassare il debito è una priorità per due ragioni molto semplici: da un lato si ridurrebbe la spesa per gli interessi e dall’ altro lato si darebbe fiato agli investimenti nel sistema Italia, che oggi soffrono a causa del rischio altissimo attribuito ai nostri titoli di Stato». Come mai questo governo, così amato dai mercati, non lo fa? «Ci vorrebbe una politica inflessibile di tagli. L’ Italia ha sia un problema di stato patrimoniale che di conto economico: per migliorare lo stato patrimoniale bisognerebbe dismettere degli asset dello Stato, mentre per migliorare il conto economico bisognerebbe tagliare le spese. In pratica, è come una famiglia che mantenga la casa al mare e giochi anche alle slot più di quanto guadagna. Per rimettere in sesto il bilancio familiare, bisogna intervenire su entrambi i fronti». Da dove cominciare? «Dalle cose più facili: vendere le società quotate e tagliare le spese veramente inutili, come quelle della politica. Il Parlamento italiano costa il doppio di quello francese: perché non dimezzare benefit e segretarie, per non parlare degli stipendi dei parlamentari? E perché tutte le istituzioni pubbliche devono regolarmente occupare solo prestigiosi palazzi rinascimentali nel centro delle città, che costano un botto di riscaldamento? Non si potrebbe spostare una parte degli impiegati pubblici in periferia e lasciare in centro solo le funzioni di rappresentanza, come si fa in tutti gli altri Paesi?». E le dismissioni? «Bisogna vendere prima le società quotate perché sono più facili da cedere, ma anche perché così si rivaluterebbero. E’ chiaro che la presenza dello Stato nell’ azionariato di società come Eni ed Enel ne deprime i valori di mercato. Quindi queste società avrebbero tutto da guadagnarci se lo Stato uscisse».
-
Sezioni:
- Rassegna Stampa
-
Aree Tematiche:
- ECONOMIA & FINANZA
