1 Dicembre 2012

La tredicesima sarà spesa PER PAGARE L’IMU

La tredicesima sarà spesa PER PAGARE L’IMU

 

E proprio un bruttissimo Natale quello che il governo ha in serbo per i lavoratori dipendenti e i pensionati, che in pratica dovranno dare fondo alla tredicesima non per fare regali e preparare il cenone, ma per pagare la rata dell’ Imu. Il saldo di dicembre sarà «una stangata» con punte per la seconda casa fino a 1.209 euro, rileva uno studio della Uil secondo il quale «le tredicesime sono a rischio». Complessivamente, l’ imposta municipale sulla prima casa costerà, in media, 278 euro a famiglia con punte di 639 euro a Roma; di 427 euro a Milano; 414 euro a Rimini; 409 euro a Bologna; 323 euro a Torino. Per le seconde case, l’ Imu peserà mediamente 745 euro, con punte di 1.885 euro a Roma; di 1.793 euro a Milano; di 1.747 euro a Bologna; di 1.526 euro a Firenze. È quanto emerge da un’ analisi realizzata dall’ Osservatorio periodico sulla fiscalità locale della Uil Servizio Politiche Territoriali, sulle delibere del totale dei Comuni (8.092), pubblicate sul sito del Ministero dell’ Economia dal 10 al 28 Novembre 2012. Con il saldo di dicembre, le famiglie italiane dovranno pagare mediamente 136 euro per la prima casa, con punte di 470 euro a Roma; mentre per una seconda casa il saldo peserà mediamente 372 euro con punte come detto di 1.200 euro nelle grandi città. Da questa analisi, spiegano alla Uil, «emerge che sono 6.169 i Comuni che hanno pubblicato le delibere dell’ Imu sul sito del Ministero dell’ Eco nomia e, pertanto, il nostro studio non si basa su proiezioni ma su dati reali e, cioè, su un campione che rappresenta il 76,2% del totale dei Comuni italiani». Il 31,2% del campione (1.924 municipi) ha aumentato le aliquote per la prima casa, tra cui 41 Città capoluogo di provincia; il 62,2%(3.826 Comuni), ha confermato l’ aliquota base del 4 per mille; soltanto il 6,8% (419 comuni) l’ hanno diminuita e, tra questi, otto città capoluogo di Provincia. Il combinato disposto di tali decisioni da parte dei Comuni, continua la nota della Uil, porta l’ aliquota media nazionale sulla prima casa al 4,36 per mille, in aumento del 5,6% rispetto all’ aliquota base decisa dal Governo Monti; mentre per le seconde case l’ aliquota media è dell’ 8,78 per mille in aumento del 15,5% rispetto all’ aliquota base. «In totale, secondo una nostra simulazione, con le aliquote deliberate dai Comuni e le relative detrazioni, il gettito complessivo, tra prima casa e altri immobili, ammonterebbe a fine anno a 23,2 miliardi di euro, di cui 3,8 miliardi di euro per la prima casa e 19,4 miliardi di euro per le seconde case. Di questi, 14,8 miliardi di euro saranno incassati dai Comuni, mentre lo Stato incasserà 8,4 miliardi di euro». Sarà, dunque, «un Natale amaro», commenta la Uil, per lavoratori dipendenti e pensionati, in quanto dovranno far fronte alla rata di saldo dell’ Imu con le tredicesime. Infatti, con il saldo a dicembre, le famiglie italiane dovranno versare ai Comuni e allo Stato, ancora 13,6 miliardi di euro, che si aggiungono ai 9,6 miliardi di euro già pagati con l’ acconto di giugno. Ma non sono soltanto i privati cittadini ad aspettarsi la stangata: gli edifici delle fondazioni bancarie adibiti ad attività no profit non potranno più essere esenti da Imu. Nella lunga e controversa vicenda dell’ applicazione dell’ imposta municipale alla Chiesa cattolica e al mondo del volontariato si è inserito l’ altro giorno un emendamento al decreto enti locali firmato dall’ Idv ma approvato da una maggioranza trasversale. Nel mirino gli enti azionisti delle banche, che attualmente per le proprie attività non commerciali sono equiparate, ai fini del pagamento del tributo, ad altre associazioni (compresi partiti e sindacati) e confessioni religiose. E appunto sulla questione della tassazione anche agli enti confessionali, non nascondono «gravi preoccupazioni» i vescovi del Piemonte e Valle d’ Aosta per le norme relative al pagamento dell’ Imu che «colpiscono ingiustamen te la scuola paritaria che svolge un servizio pubblico di primaria importanza e garantisce in molti paesi alle famiglie e bambini nella scuola dell’ infanzia un servizio spesso unico e comunque indispensabile». In una nota, dopo aver sottolineato che «queste scuole non ricavano alcun profitto finanziario, ma al contrario debbono essere sostenute oltre che dalle rette delle famiglie e dai sempre più ridotti contributi statali e regionali, anche dalle parrocchie o dagli Istituti religiosi che integrano un deficit che raggiunge cifre di anno in anno più elevate», i vescovi si chiedono «come si possa chiedere a queste scuole di svolgere un servizio gratuito pena il pagamento dell’ Imu o anche solo un contributo simbolico appare paradossale oltre che ingiusto». «A questo punto diventerebbe inevitabile la chiusura che comporterebbe per lo Stato l’ obbligo di finanziare solo in Piemonte un servizio scolastico per 60 mila alunni con le loro famiglie e migliaia di docenti e personale, in aggiunta alla scuola statale, che avrebbe costi molto elevati – sottolinea no ancora i vescovi di Piemonte e Valle d’ Aosta – è giunto dunque il tempo che anche in Italia la scuola paritaria che fa parte del sistema di istruzione e formazione pubblica e risponde al principio di libertà di educazione e di scelta della scuola da parte delle famiglie, sia posta nelle stesse condizioni di quella statale». Un ricorso collettivo al Tar del Lazio verrà infine presentato dalle scuole paritarie, assistite dal Codacons, contro il regolamento sull’ Imu. Questo, infatti, appare «illegittimo e fonte di gravissima disparità di trattamento ed erronea applicazione dei principi fondamentali in materia di parità scolastica, e potrebbe addirittura determinare una forma di aiuto statale», spiega la nota del Codacons. «Riteniamo ampiamente discriminatorio delineare una disciplina distinta tra istituti statali e paritari laddove per i primi nulla è dovuto mentre per i secondi non solo stabilisce, in spregio dei fondamentali principi Costituzionali e Comunitari, che debba essere versata l’ imposta ma, per altro verso, delinea in modo niente affatto chiaro – prosegue il presidente – il metodo di calcolo rimesso alla discrezionalità dell’ esattore». In questo modo, si arreca «grave e irreparabile pregiudizio tanto per gli istituti che anche oggi, senza imposta, a stento riescono a sostenere i costi della propria attività didattica». Quanto agli studenti, conclude, si vedranno, loro malgrado, «negato il proprio diritto allo studio per motivi di cassa dello Stato, che dimostra di privilegiare gli alunni e le famiglie degli istituti pubblici».

 

 

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