2 Luglio 2011

Prezzi più alti del 12 % la “tassa” sulla spesa che si paga solo a Milano

Prezzi più alti del 12 % la “tassa” sulla spesa che si paga solo a Milano

 

un paniere di 14 prodotti costa 71 euro, nel resto d´italia 63       nel settore servizi soffre anche il comparto “cura della persona”: la messa in piega per una signora

milanese costa in media circa tre euro in più rispetto alla stessa operazione fatta a bari oppure a napoli il carovita non risparmia la ristorazione neppure nelle sue

forme più elementari: il classico panino della pausa pranzo costa un euro di più alla stazione centrale piuttosto che a termini in media per rifare la convergenza alle

ruote la spesa a milano è di 70 euro esattamente il doppio di napoli e di firenze e “solamente” 30 euro in più rispetto alla capitale donzelli, codacons “questa non è

una città di ricchi ma per ricchi nessuno ha mai provato a regolare il mercato” a segnare il capoluogo lombardo pure il divario tra articoli top e low cost: per il

carrello-tipo si va da 38 a 190 euro il record è quello del pane: la michetta appena cotta dal fornaio accanto a santa maria delle grazie costa quasi un euro in più

che a roma e a firenze,

Il record è quello del pane. Perché la michetta dorata, appena cotta dal fornaio accanto Santa Maria delle Grazie, costa salata. Quasi un euro in più che in un

panettiere davanti al Colosseo o al museo degli Uffizi, il doppio rispetto a quello che lavora alle spalle di piazza del Plebiscito, all´ombra del Vesuvio. Ma anche

mele e carote, vino e olio, bagnoschiuma e tovaglioli di carta, con gli scontrini più alti d´Italia a parità di merci acquistate. Da Bari a Roma, da Napoli fino a

Bologna, Firenze, Genova e Torino, insomma ovunque, il conto è meno caro: circa il 12 per cento in meno, in media, rispetto a Milano, in base a un ipotetico

carrello della spesa “tipo” che comprende quattordici prodotti dal pane alla pasta, dall´acqua minerale al tonno sott´olio. Risultato: a Milano si pagano quasi 71

euro contro i 63,50 di media degli altri capoluoghi. E per giunta l´inflazione galoppa. A dire che Milano è la più cara delle grandi città italiane sono i dati pubblicati

dall´Osservatorio prezzi e tariffe del ministero dello Sviluppo economico, su rilevazioni Istat, Eurostat, Infomercati e Ismea. Numeri che fanno riferimento allo scorso

maggio, quando l´inflazione meneghina era al 2,9 per cento, con il picco degli alimentari al 3,3. I dati provvisori di giugno, che Repubblica ha pubblicato ieri,

parlano di un ulteriore incremento, con l´indice dei prezzi al consumo al 3,4 per cento – contro il 2,7 di media nazionale – e, per il comparto alimentare, addirittura al

4,5. Una tendenza confermata dall´Osservatorio, che documenta un abisso con gli altri capoluoghi. Ma c´è un´altra indicazione che emerge dai dati: negli ultimi

anni a Milano le diseguaglianze sono aumentate sempre più, con una forbice molto ampia fra i prezzi dei prodotti di marca e quelli low cost. Così, rileva il

ministero, in città per lo stesso taglio di carne bovina si va dagli 8,9 euro al chilo fino a 36,9, e un litro di olio extravergine varia dai 2,89 ai 13,61 euro. La distanza

fra il prodotto di marca e quello “popolare” è tale che, per lo stesso carrello della spesa, scegliendo il prezzo top per ogni articolo si spendono 190 euro mentre

preferendo sempre il low cost il risultato è di 38, cinque volte meno. In altre città la differenza fra l´alta gamma e l´offerta al risparmio non è così marcata: a Roma la

spesa minima, a parità di prodotti, è di 38 euro mentre il massimo è di 133. A Torino si va dai 41 ai 118 euro. Per un confronto, basta scegliere qualsiasi voce di

spesa. Per un chilo di frollini nel capoluogo lombardo si pagano, in media, 4,48 euro. Un euro in più rispetto a Torino – dove il prezzo medio è 3,63 – e a Firenze,

con 3,74. A Napoli per portarsi a casa un chilo di biscotti ci vogliono, in media, 2,55 euro. Ma è quello ortofrutticolo, tra gli alimentari, il comparto dove il capoluogo

lombardo mette più alla prova i suoi consumatori: per un chilo di mele golden – quelle gialle e succose, perfette per la crostata – sotto il Pirellone si sborsano in

media 50 centesimi in più rispetto a Firenze (dove il costo è intorno a 1,49 euro) e Bari (1,45). Stesso discorso per le carote, che sotto le guglie del Duomo hanno

un costo maggiorato dai 30 ai 50 centesimi rispetto a Roma, Napoli, Genova e Torino. Il primato, tuttavia, non riguarda solo gli alimentari. Perché è quello dei

servizi il settore dove i milanesi sono più in difficoltà. A partire dagli automobilisti: per rifare la convergenza in città la spesa media è di 70 euro. Esattamente il

doppio di Napoli e Firenze, “solo” 30 euro in più rispetto a Roma. Il panino della pausa pranzo costa un euro di più alla stazione Centrale piuttosto che a Termini, la

messa in piega delle sciure sui Navigli circa 3 euro più di quella delle signore napoletane o baresi. E le associazioni dei consumatori vanno all´attacco: «Milano

non è una città di ricchi, ma per ricchi. Le fasce più povere sono state espulse dalla metropoli o costrette a vivere ai margini. Questo è possibile perché nessuno

mai ha cercato di contrastare questo fenomeno, governando la città o regolando il mercato» dice Marco Donzelli, presidente di Codacons. I commercianti milanesi

spiegano il caro prezzi con le spese che devono sostenere, maggiori rispetto ad altre parti d´Italia. Ed è un circolo vizioso. «Pensare che il prezzo del pane

dipenda solo da quello della farina è ingenuo- dice Pietro Restelli, presidente dell´associazione dell´Unione del commercio che rappresenta 1.500 panificatori fra

Milano e Monza – qui gli affitti sono alti, i trasporti lenti a causa del traffico, e il contratto regionale per i lavoratori del settore è oneroso. A Milano poi si fanno 100

tipi di pane, vista la complessità della domanda, e questo aumenta gli avanzi». Per Alfredo Zini, vicepresidente di Epam-Confcommercio che raduna 15mila baristi

e ristoratori fra città e hinterland, «se è vero che la media dei prezzi è più alta rispetto ad altre città, va considerato che l´offerta è varia e anche in centro si può

risparmiare. Il prezzo del caffè al banco, per decenni ancorato a quello del giornale quotidiano, oggi è più basso grazie alla concorrenza».

alessandra corica franco vanni

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