16 Ottobre 2012

COSTA CONCORDIA»IL PROCESSO

COSTA CONCORDIA»IL PROCESSO

 

di Pierluigi Sposato wGROSSETO Il timoniere indonesiano lo disse chiaramente. Quando venne ascoltato in capitaneria come persona informata sui fatti, il 15 gennaio, alle 20,30, con l’ aiuto di una interprete, Jacob Rusli Bin, 49 anni, dichiarò: «Io eseguivo all’ istante tutti gli ordini a me impartiti fino a quando all’ ultima manovra scattavano molti allarmi e si verificava un blackout». Ma adesso i quattro periti nominati dal gip Valeria Montesarchio per far luce sulla tragedia di Costa Concordia hanno tracciato di lui un ritratto differente: non aveva capito gli ordini, aveva sbagliato l’ accostata. Un aspetto non sfuggito alla difesa del comandante Francesco Schettino che ieri, in apertura dell’ udienza per l’ illustrazione della maxi perizia sull’ incidente del 13 gennaio, ha chiesto l’ estensione dell’ incidente probatorio anche al timoniere, ravvisando un concorso di responsabilità nell’ impatto contro lo scoglio di Isola del Giglio che ha causato 32 morti. Una richiesta non accolta però dal gip, nemmeno quando – al pomeriggio – è stata rinnovata. «Rusli non risulta indagato», ha argomentato il giudice. E del resto la Procura non ha detto nulla sullo status del timoniere quando il sostituto procuratore Alessandro Leopizzi ha esposto le ragioni dell’ opposizione a questa e alle altre due eccezioni presentate dall’ avvocato Bruno Leporatti, difensore del comandante. Una riguardava le sommarie informazioni utilizzate dai periti, l’ altra l’ alterazione dello stato della nave in conseguenza degli accessi effettuati. Tutto respinto dal giudice, che ha anche estromesso Codacons dalla partecipazione a questa fase del procedimento. «Ma la vicenda non è chiusa – sostiene Leporatti – l’ estensione potrebbe avvenire in un secondo momento». C’ è voluta tutta la mattina perché la macchina si mettesse in moto. L’ udienza è iniziata poco dopo le 10, oltre un’ ora dopo l’ orario fissato, e la camera di consiglio sulle eccezioni si è protratta per quasi due ore. Poi un’ ora di sosta per la pausa pranzo e quindi tutta una tirata fino alle 17,30. C’ era Schettino, c’ era Ciro Ambrosio primo ufficiale di coperta, c’ era Salvatore Ursino, secondo ufficiale. Circa 130 i presenti. Il comandante è arrivato alle 8,30 a bordo di una Mercedes grigia dei vetri semioscurati. Ha preso posto in prima fila nel settore riservato agli indagati sul palco del teatro Moderno adattato ad aula di giustizia, mentre in sala sedevano la moglie e la figlia. «All’ inizio teso, le braccia conserte, silenzioso. Poi si è sciolto», dice Luciano Castro, passeggero della Concordia che ha voluto stringergli la mano: «Come si fa tra persone civili. Ho voluto guardarlo negli occhi». Udienza lineare, spiega chi ha assistito (questa fase non prevede la presenza di pubblico), con un lieve filo di polemica al momento delle eccezioni. Nessuna polemica nemmeno da Codacons (non c’ era il presidente Carlo Rienzi, sostituito da un collega), che pure di rimostranze ne ha avute da fare sin dal primo giorno e che ieri non ha mancato di sottolineare con l’ avvocato Giuliano Leuzzi e il professor Bruno Neri le carenze della perizia: «Si è concentrata sulla nave e non sulle vite umane che potevano essere salvate. Non ha prestato attenzione al complesso del traffico telematico, ignorando ad esempio le e-mail. Non ha verificato il generatore diesel e gli altri apparati oggetto di malfunzionamento che hanno aggravato le situazioni di insicurezza a bordo. Ha sottovalutato i dati emersi sulle porte stagne. Non ha valutato gli effetti degli sbandamenti. E poi il materiale costa: 30mila-50mila euro per una copia». Codacons ha tra l’ paltro messo in evidenza l’ incongruenza dei dati dell’ ecoscandaglio che parlano di una quota di 105 metri di profondità al momento dell’ impatto ma anche prima e dopo: «Evidentemente non funzionava in modo corretto, lo scoglio era affiorante». Codacons non tanto contro Schettino contro quanto Costa Concordia in una battaglia che va avanti fuori dall’ aula. Marco De Luca, avvocato della compagnia, al termine dell’ udienza parla di un punto a proprio vantaggio emerso ieri: «Le nuove conclusioni dicono chiaramente che l’ unità di crisi non ha avuto la possibilità di fornire ausilio perché l’ allagamento della nave stava avvenendo troppo in fretta». Una dichiarazione che De Luca dovrebbe aver desunto dalle nuove e più precise trascrizioni delle comunicazioni interne depositate ieri dalla Procura. Una dichiarazione che contrasta però con quanto riferito dall’ ammiraglio Cavo Dragone durante l’ esposizione generale dei lavori del collegio peritale e che accusa anche l’ unità di crisi, oltre a mettere in luce i ritardi e le omissioni del comandante. «Ma attenzione – ravvisa Leporatti – C’ è un cambio di posizione di Costa: prima diceva che era stata ingannata da Schettino, ora che l’ unità di crisi, di fronte alla completezza delle informazioni fornite dal comandante, nulla poteva fare perché la gravità del danno era tale che nessuno poteva far nulla. Non è poco». Oggi le osservazioni della Procura e i rilievi sulla falla. Poi toccherà ai Ris per la trascrizione delle conversazioni in plancia.

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