Potere d’ acquisto ai minimi dal 2000 In azienda profitti da secolo scorso
Achille Perego MILANO ECCOLO il conto della crisi. Un Paese, il nostro, dove si fa sempre più fatica a tirare la fine del mese con il potere d’ acquisto delle famiglie crollato nell’ ultimo anno del 4,1% (il calo più marcato dal 2000), il reddito disponibile sceso dell’ 1,5% e la propensione al risparmio ridotta dello 0,5% all’ 8,1% (ovvero una media di appena 8 euro su cento destinati a essere messi da parte), il livello più basso dal 1999. Le cifre dell’ Istat che fotografano lo stato di salute dell’ economia italiana nel secondo trimestre del 2012 assomigliano a un bollettino di guerra. IL DATO più preoccupante, oltre alle 47.648 persone senza fissa dimora, è quello del crollo del potere d’ acquisto: tra aprile e giugno è sceso dell’ 1,6% rispetto al trimestre precedente e del 4,1% sull’ anno. Tradotto in soldoni significa, secondo il Codacons, una perdita secca di 1.407 euro. Di fronte a questo dato, avverte Confesercenti, si spiega perché i consumi siano in caduta libera e il 2012 rischia di trasformarsi in una drammatica débacle per le piccole e medie imprese del commercio che già in sei mesi hanno registrato un saldo negativo con oltre 13mila chiusure. Del resto, secondo un sondaggio Coldiretti-Swg, sei italiani su dieci hanno tagliato la spesa e il 6% non riesce ad arrivare a fine mese. La crisi ha svuotato il carrello con un crollo degli acquisti di latte (-7%), olio (-5%) e pesce (-4%). Tanto che nel secondo trimestre, ricorda la Cia-Confederazione italiana agricoltori, la voce cibo e bevande ha registrato un calo tendenziale del 4,5%. Con gli italiani che consumano meno e con l’ aumento della povertà (erano oltre 47mila le persone, sei su dieci straniere, sotto i 40 anni e che vivono soprattutto al Nord e nelle grandi città, che a fine 2011 non avevano più una casa e usufruivano di un servizio mensa o di accoglienza notturna) è impossibile che l’ economia possa riprendersi. E le aziende andare bene. tanto che la loro quota di profitti è scesa al 38,5%, ai minimi dal 1999. Quanto al Pil, rileva sempre l’ Istat, nel secondo trimestre è diminuito dello 0,8% (solo l’ agricoltura è cresciuta dell’ 1,1%) e del 2,6% su base annua anche se la variazione acquisita per il 2012 è di un -2% contro il 2,1% stimato nel primo trimestre. IN QUESTO quadro grigio, a migliorare sono solo i conti pubblici. Grazie alle accise sulla benzina e all’ Imu le entrate sono aumentate del 2,5% (2,4 tendenziale) e nei primi sei mesi il rapporto tra indebitamento netto e Pil è rimasto invariato al 5%. Nonostante un modesto peggioramento, anche il Fmi riconosce i progressi dell’ Italia. Secondo il Fiscal monitor del Fondo internazionale il rapporto deficit-Pil sarà nel 2012 pari al 2,7% (1,8% nel 2013), tra i più bassi dei Paesi avanzati. Il rapporto debito/Pil è invece al 126,3% e salirà al 127,8% nel 2012. Comunque l’ Italia, come la Spagna, avverte il Fmi deve proseguire la politica di rigore (anche se dovrebbe ridurre le tasse sul lavoro) insieme con quella della crescita sapendo che sta pagando sul mercato interessi più alti (spread) rispetto ai fondamentali della sua economia.
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