Art. 18, il governo: meno potere ai giudici
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fonte:
- L`Unità
Parla di «emendamenti per coerenza
estetica», il relatore Maurizio Castro
(Pdl). «Aggiustamenti» sui licenziamenti
disciplinari ed economici,
sotto forma di emendamenti
alla riforma del lavoro presentati
dal governo. Al Senato Pd e Pdl non
hanno proposto emendamenti sulle
modifiche all’articolo 18(sulla riforma
nel complesso, invece, gli
emendamenti sono circa 800), ma
il relatore Castro dice di aspettarsi
che venga ridotto «il potere discrezionale
del giudice nel caso dei disciplinari
» e «di venire incontro ai
rilievi dei tecnici del Senato che evidenziavano
rischi di minori tutele
per i lavoratori licenziati durante il
processo». Tra le novità, quella che
riguarda i poteri del giudice in caso
di licenziamento disciplinare. Nel
testo attuale del ddl sono scomparse,
rispetto al testo del 23 marzo, le
«tipizzazioni» (modelli per stabilire
il reintegro). In sostanza prima il
giudice poteva, di fronte ai licenziamenti
disciplinari, decidere il reintegro
solo in alcuni casi specifici,
mentre nella versione approdata in
Parlamento il rischio, secondo le
imprese che chiedono modifiche, è
che lo spazio di interpretazione sia
troppo ampio. Frena su eventuali
modifiche il capogruppo Pd in commissione
lavoro alla Camera, Cesare
Damiano: «Si tratta di una scelta
delicata – dice – che non può assolutamente
mettere in discussione
l’equilibrio raggiunto e soprattutto
indebolire la posizione dei lavoratori,
che debbonorimanere certi di avere
sempre a disposizione una protezione
dai licenziamenti facili». E risponde
a distanza la segretaria Cgil
Susanna Camusso, che tra l’altro da
tempo sostiene la necessità di essere
molto guardinghi rispetto al percorso
parlamentare del ddl. «Se viene ulteriormente
modificato – dice – sulla
precarietà si fa poco o niente e si rischia
di peggiorare la situazione. Le
opinioni tra noi e imprese si sono divaricate
non sugli ammortizzatori
ma sulla precarietà».
ISu crisi e difficoltà delle famiglie arrivano
intanto, dall’Istat, altre pessime
notizie.
INDIETRO DI 30 ANNI
È record per il divario tra salari e
prezzi: a marzo la forbice è arrivata
al 2,1%, il livello più alto dall’agosto
1995, quando era al 2,4. Per le retribuzioni
contrattuali orarie l’aumento,
su base annua, è stato dell’1,2%,
la crescita più bassa dal 1983, mentre
per il livello d’inflazione del
3,3%. Dati che confermano quanto
sindacati e associazioni di consumatori
denunciano da tempo. «Le condizioni
di reddito dei lavoratori continuano
a peggiorare – dice Camusso –
i pubblici sono al quarto anno di blocco
dei contratti, e solo questo vuol
dire 4 milioni di lavoratori. Molte altre
categorie rinnovano i contratti e
gli accordi aziendali con grande difficoltà,
mentre sul potere d’acquisto
pesa l’aumento delle tasse e del fiscal
drug». Luigi Angeletti, leader Uil,
prevede «più disoccupazione, meno
consumi e meno produttività. Nel
2012 – aggiunge – supereremo la media
europea di disoccupazione (al
10%)». Il segretario Cisl Raffaele Bonanni
auspica invece un taglio delle
tasse da inserire nel patto sociale che
chiede al governo. «I salari fermi – dice
– sono lo specchio della situazione
del Paese. Se non si abbassa la pressione
fiscale non si potranno alzare
gli stipendi e risollevare i consumi».
Taglia corto Giovanni Centrella, leader
dell’Ugl: «L’Italia sta tornando indietro
e i lavoratori si stanno impoverendo
progressivamente».
Anche il Codacons spera venga abbassata
la pressione fiscale. Il divario
salari-prezzi, spiega, «tradotto in cifre,
significa che una famiglia di tre…
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