14 Marzo 2012

L’arte italiana è finita in tribunale

L’arte italiana è finita in tribunale

Ormai l’arte finisce di
continuo in tribunale, e – roba
da non crederci – gli studiosi
sono costretti ad inchinarsi
ai magistrati, depositari
di una sorta di neoscienza.
Proprio l’altro ieri un gruppo
di importanti ricercatori
ha spiegato che saremmo
prossimi al ritrovamento della
Battaglia di Anghiari. L’af –
fresco di Leonardo sarebbe
stato nascosto da uno del Vasari,
ma ora potremmo riportarlo
alla luce. Vera o no
che sia, l’ipotesi è sostenuta
da voci autorevoli: prima fra
tutte quella della soprintendente
al polo museale di Firenze,
Cristina Acidini. Grande
scoperta, strillavano ieri i
titoli dei giornali, ma tutto
potrebbe essere bloccato
dalla magistratura. Italia Nostra,
presa da tempo dal
crampo giustizialista, ha fatto
un esposto per «danneggiamento
d’opera d’arte». E
la Procura fiorentina ha subito
aperto un fascicolo. Un
sostituto sta indagando e c’è
il rischio che spunti qualche
avviso di reato.
Scelta delicata
La scelta è delicata: buchiamo
un dipinto vasariano
per cercare un Leonardo che
potrebbe non esserci? Ci sarebbe
bisogno di un confronto
approfondito nelle
aule universitarie e non in
quelle di giustizia.
Da Firenze a Pompei. Qui
sotto accusa è finito il restauro
del Teatro Grande. La storia
è presto detta: per riuscire
ad ospitare alcuni spettacoli
che portano i soldi delle
sponsorizzazioni, si è deciso
di intervenire sulla struttura.
I risultati sono discutibili e
discussi. I critici dei lavori sostengono
che il rudere è stato
cementificato e gridano alla
catastrofe irreparabile. Gli
artefici della scelta si difendono
ricordando che i gradoni
del teatro erano diventati
inagibili. Che non ci si
poteva rimettere il marmo –
come era nell’antichità – perché
ne sarebbe venuto fuori
un falso clamoroso. Dunque,
andavano restaurati dichiarando
la natura dell’inter –
vento fatto: ed è così che la
«battuta» è stata sistemata
col tufo tenuto insieme dal
cemento.
Non era possibile una soluzione
diversa? Meno invasiva?
C’è chi dice di sì e chi lo
nega perché si sarebbe rischiato
d’incorrere nei rigori
della legge sulla sicurezza degli
spettatori. Sia come sia, la
faccenda è finita alla Procura
di Torre Annunziata. Per il
Teatro Grande si era in procinto
inoltre di fare un accordo
del tipo di quello realizzato
sul Colosseo con Della
Valle: un modo per trovare
soldi per la manutenzione di
Pompei. Adesso però bisogna
aspettare le decisioni che
prenderà il Tar: dopo una
denuncia della Uil e del Codacons,
tocca al tribunale
amministrativo, infatti, stabilire
se quel genere d’intese
possano essere strette o no.
Ma fra tutte le vicenda, la
più clamorosa è quella del
crocifissino di Michelangelo.
La Corte dei Conti ha rinviato
a giudizio ben sei persone
accusate di danno erariale
per l’acquisto della piccola
statua lignea al prezzo di 3
milioni e 250mila euro.
Quando il ministero la comprò
quasi tutti i più accreditati
studiosi (tranne uno) sostenevano
che l’opera era del
Buonarroti.
Lungo dibattito
Poi iniziò un dibattito
scientifico interessante, anche
se non mancarono
sguaiataggini. Infine, intervenne
la magistratura contabile.
La quale chiamò a fare
una perizia un esperto della
casa d’asta Christie’s. Questi
rispose come la Sibilla Cumana:
se la statuetta è di Michelangelo
vale più di quanto
è stato speso, se è della
«sua cerchia» vale molto meno.
La Corte dei Conti non ha
avuto bisogno d’altro: ha rinviato
tutti a giudizio, ma per
farlo ha dovuto stabilire lei
che il crocifissino non era del
sommo artista della Sistina.
La discussione scientifica invece
è ancora in corso.
Di diatribe infuocate sulle
attribuzioni è piena la storia.
L’attribuzionismo infatti non
è una scienza esatta: è accaduto
più volte che gli autori
di un’opera vengano cambiati
nel tempo. E che i prezzi
di mercato mutino in modo
iperbolico. Sul michelangiolino
lo scontro ha raggiunto il
calor bianco, acceso dal giacobinismo
di qualche accusatore
minore. L’approdo di
tanta litigiosità è stato un tribunale
amministrativo. Una
brutta scorciatoia: su un confronto
articolato e sofisticato,
anche se eccessivamente
surriscaldato, si calerà ora la
inevitabile rigidità di una
sentenza. È vero che il mercato
dell’arte – come tutte le
cose del mondo – è pieno di
anfratti oscuri, ma la cura
non è di gran lunga peggiore
della malattia?

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this