6 Febbraio 2012

«Il mio dramma ignorato»  

«Il mio dramma ignorato»
  Pronta la class action con il Codacons per il risarcimento

Dolori, fastidi, piccoli noduli sotto all’ ascella. Poi le analisi e l’ amara conferma di avere un tumore al seno. Sabrina (il nome è di fantasia per tutelare l’ anonimato) è una delle 4.300 donne italiane alle quali è stata impiantata una protesi francese a rischio di rottura. «Già un paio di anni dopo l’ intervento – racconta la donna di Latina – ho cominciato ad avvertire dei dolori diffusi, specialmente nella zona dell’ ascella. Fastidi che sono durati a lungo e che mi hanno spinto ad effettuare degli accertamenti. Inizialmente non sembrava nulla di grave, ma poi i medici hanno appurato che la protesi si era rotta». A quel punto Sabrina inizia ad effettuare visite più specifiche, ma nessuno le dice chiaramente di sottoporsi a un intervento per la rimozione della protesi. «Non ho avuto indicazioni chiare – spiega la donna di 49 anni – fino a quando i dolori non sono aumentati e soprattutto fino a quando non è scoppiata la questione delle protesi difettose». A quel punto Sabrina, comprensibilmente allarmata, si sottopone a risonanza magnetica, ecografie e prelievi con ago aspirato. Il risultato purtroppo è quello che temeva di più: le viene diagnosticato un tumore al seno che va rimosso al più presto. «Sono caduta nel panico – racconta – ed è iniziato il periodo più difficile per me. Dovevo capire cosa fare, a chi rivolgermi, come agire al più presto. La cosa che più mi ha ferito sono state le parole, non certo umane, di un medico di Latina che mi ha invitato a farmi operare a Milano spendendo 8.000 euro, era disposto a fornirmi un indirizzo, ma io non ho queste possibilità economiche in questo momento. Così mi sono rivolta al chirurgo estetico che, nel 1998, mi aveva operata inserendo la protesi. Per fortuna lui è stato più disponibile e ha contattato subito dei colleghi oncologi: sarò operata nei prossimi giorni a Roma per l’ asportazione del tumore e della protesi rotta, tutto sarà effettuato gratuitamente in una struttura pubblica». Il collegamento tra la protesi Pip difettosa e il tumore al seno è controversa, su questo aspetto sono in corso studi scientifici specifici. Sabrina ha intenzione di chiedere un risarcimento e per questo motivo si è rivolta al Codacons. «Mi sono recata nella sede di Latina – racconta – dove mi stanno seguendo in maniera adeguata per partecipare alla class action nazionale». «Per oltre dieci anni – spiegano i responsabili del Codacons – nessun controllo sulle protesi Pip è stato mai effettuato. Tutto ciò nonostante le numerose segnalazioni di rotture delle protesi e di effetti secondari e nonostante già nel giugno 2000 la Food and Drug Administation avesse riscontrato a seguito di ispezione seri problemi nella produzione e nel sistema di qualità della fabbrica, seppure con riferimento a protesi saline». Forse, se fossero state prese in considerazione le prime segnalazioni, si sarebbero evitate numerose gravi complicazioni. RIPRODUZIONE RISERVATA. 
 

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