17 Gennaio 2012

Anche tre comasche nell’inferno della Costa Concordia    

Anche tre comasche nell’inferno della Costa Concordia    

 

«La nave continuava inesorabilmente a inclinarsi, sembrava di essere nel film “Titanic”»
Sembrava una serata come le altre a bordo della Costa Concordia. I passeggeri, mentre la nave incrociava al largo delle coste toscane, erano intenti a scegliere il ristorante dove cenare e lo spettacolo da vedere subito dopo. Nessuno immaginava quello che stava per accadere. Tra le 4.230 persone imbarcate (3mila i passeggeri e circa mille i membri dell’equipaggio), anche tre comasche. Due residenti a Veleso, una a Cantù. Tutte scampate miracolosamente al naufragio e rientrate a Como ieri alle 17 .30. Nelle loro parole è ancora forte lo shock vissuto in quei momenti terribili.
«Erano le 21.45 e stavamo assistendo a uno spettacolo teatrale – ricorda Claudia Longoni – A un certo punto abbiamo sentito un gran botto sul fondo dello scafo, come se la nave avesse strisciato sopra qualcosa. Questione di attimi e le luci si sono spente. La gente ha iniziato ad agitarsi». In base alle prime ricostruzioni la nave avrebbe impattato contro le rocce “Le Scole”, in un’area a poco meno di un chilometro dalla costa. Successivamente avrebbe proseguito fino ad arenarsi.
«In un primo momento ho pensato si trattasse solo del mare mosso – prosegue Claudia Longoni – Poi le luci si sono riaccese e spente nuovamente e sono risuonati gli allarmi. Si è creato il panico. Dagli altoparlanti ci hanno comunicato di tornare rapidamente in cabina, prendere i giubbotti salvagente e recarci ai punti di riunione. Alle 22 eravamo sul ponte 4 e alcuni membri dell’equipaggio hanno cominciato ad avviare le procedure di evacuazione».
Regnavo molta confusione. «In effetti siamo stati sul ponte, con la nave che cominciava a inclinarsi, fino alle 23. Un’ora interminabile – racconta Gina Longoni, sorella di Claudia – Abbiamo avuto veramente paura. Lo scafo, inesorabilmente, continuava a piegarsi. Sembrava di essere in un film, di vedere “Titanic”». Nel pomeriggio di ieri, negli uffici della capitaneria di porto dell’Isola del Giglio, è stato interrogato Franco Schettino, comandante della Concordia, poi tratto in arresto in serata. Ha cercato di spiegare come mai la nave fosse così vicina all’isola.
La Costa Concordia avrebbe dovuto attraversare il canale tra l’Argentario e l’Isola del Giglio a 5 miglia dalla costa, e quindi a 3 dall’isola e dalla secca sulla quale si è incagliata, e non a ridosso della costa. «Fortunatamente abbiamo avuto il tempo, ritornati in cabina, di prendere oltre al salvagente anche dei giubbotti. Per il resto è andato tutto perduto – dice la terza componente della comitiva, Marina Antigo, cognata delle altre donne – Sul ponte, in attesa del nostro turno, abbiamo vissuto momenti terribili. Abbiamo visto gli addetti far salire su una scialuppa donne e bambini. Ma, subito dopo, farli scendere tutti. Il tempo passava e la nave si inclinava. All’inizio ci è sembrato regnasse la disorganizzazione, nonostante l’impegno delle persone incaricate». Le tre donne erano spaventatissime: «Tutto sommato, però, abbiamo mantenuto la calma. Almeno fino a quando non ci siamo rese conto di quanto fosse inclinato il ponte, vedendo la fatica di un cameriere nel camminare – dicono le tre sopravvissute – A quel punto la situazione stava diventando allarmante. Solo verso le 23 siamo salite a bordo dei mezzi di salvataggio e abbiamo raggiunto l’isola». Ma lo spettacolo, guardando la Costa Concordia inabissarsi, era impressionante. Sulla fiancata dello scafo si era aperto uno squarcio di circa 30 metri. «Allontanandoci dalla nave abbiamo notato che progressivamente si sono spente tutte le luci a bordo – dice Marina Antigo – Abbiamo visto persone gettarsi in acqua, passeggeri che cercavano di nuotare verso la costa. Scene di panico e momenti di altissima tensione». Purtroppo l’esito di questo naufragio è stato catastrofico. È infatti di tre vittime e alcune decine di feriti, il primo bilancio ufficiale dell’incidente. Si tratta di due turisti francesi e di un uomo di origini peruviane, membro dell’equipaggio. Tutti e tre sarebbero morti per annegamento. Un bilancio che potrebbe non essere ancora definitivo. I dispersi, infatti, sono 43. «Abbiamo perso tutto. Vestiti, soldi, tutto. Ci sono rimasti solo gli indumenti che indossiamo – dicono le tre donne – Vedremo se sarà possibile chiedere un risarcimento». Intanto il Codacons ha avviato le pratiche per una class action contro la società di navigazione.
«Ora però non ci importa. Siamo solo contente di esserne venute fuori – dicono sempre le tre compagne di viaggio – Non vediamo l’ora di tornare a Veleso dove stasera (ieri sera, ndr) si celebra la festa di Sant’Antonio, il nostro patrono. Si vede che ha guardato giù e ci ha protette». Ore di vera angoscia sono state vissute all’albergo ristorante “Belvedere” di Veleso, di proprietà del marito e del figlio di Marina Antigo.
«Ho scoperto quanto successo solo al mio risveglio sabato mattina. Ho visto le immagini in televisione. Ho sentito la rotta della nave e ho capito che si trattava di quella dove erano imbarcate mia moglie e le mie due sorelle – dice Dorino Longoni – Ho subito svegliato mio figlio. Abbiamo provato a chiamare, ma i telefonini erano muti. Alla fine abbiamo avuto loro notizie via sms e ci siamo tranquillizzati». Tensione anche nelle parole del figlio di Marina. «Ho parlato solo pochi secondi. Mi hanno raccontato cos’era successo. La paura e la sensazione di trovarsi in un film – spiega Paolo Longoni – Non vedo l’ora di riabbracciare tutti». Parole di gioia anche dal vicesindaco di Veleso. «Abbiamo avuto paura per loro. Fortunatamente sono rientrate – dice Carlo Zerboni – Siamo addolorati per le vittime».
 

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