IL PAESE DI TAFAZZI E IL CASO COLOSSEO
FACCIAMO un gran ragionare di burocrazia canaglia che – oddio, oddio – in questo Paese è capace di ingabbiare ogni spicciolo di buon senso, e poi ci facciamo gratuitamente del male come un Tafazzi qualunque che si diverte a mettere la mordacchia a quanti corrono in suo aiuto. Prendete il caso del Colosseo, che ha bisogno di restauri in tempi di vacche magrissime, mentre i Beni culturali, uno dei giacimenti del nostro turismo, sono il primo territorio a restare sistematicamente senza fiato sull’ altalena dello spread. Siamo qui a inventarci lotterie e feste di solidarietà per trovare i soldi e puntellare un palazzo che si sbriciola. E se ne sbriciolano parecchi, data l’ età. Al Colosseo era capitato un mecenate pronto a tirare fuori di tasca 25 milioni, con buona pace di chi avrebbe avuto uguale bisogno di quel tesoretto. Rosicavano città d’ arte come Firenze e Venezia, le cui mani tese non avevano raccolto la stessa generosità. BRAVI come siamo a rovinare anche le cose buone e le risorse che il nostro Paese sa esprimere, è spuntato un ricorso all’ Antitrust e alla magistratura contro il contratto di sponsorizzazione firmato dal sindaco Alemanno e Diego Della Valle, che adombra chissà quale vantaggio per il patron della Tod’ s. Motivi molto fragili hanno animato gli esposti di Uil e Codacons, che invocano trasparenza, giusta e legittima se l’ operazione Colosseo fosse stata fatta alla chetichella e clandestinamente. Ma (quasi) mai il matrimonio fra un privato e un ente pubblico è stato così strombazzato, che sospettare privilegi nascosti è assai curioso. DUNQUE resta la sorpresa per questa storia inzuppata di contraddizioni. Come possiamo pretendere che il mondo degli imprenditori privati si lasci sedurre dalle sirene nazionali che invocano aiuti per il nostro patrimonio rimasto nudo, se un qualsiasi ricorso costruito su cavilli e microsospetti paralizza una operazione pubblica timbrata anche dal ministero? E gridiamo al lupo al lupo quando crolla un muro di Pompei; ci arrabbiamo in piazza se enti lirici e teatri sono costretti a ridurre le loro legittime pretese culturali perchè lo Stato rastrella i contributi: ma che volete, Tafazzi si nasce e – parafrasando Totò – il nostro Paese «lo nacque».
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