ALTRO CHE AFFARE, L’AUTHORITY BOCCIA L’INTESA GENUFLESSA
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fonte:
- L`Unità
Questa telenovela della
sponsorizzazione del restauro del
Colosseo contiene parecchi
passaggi indubbiamente opachi.
Intanto non è mai stata
pubblicata la convenzione fra
Ministero e sponsor Della Valle.
Quando la Uil-Bac denunciò, il 4
aprile, alcune ombre, l’allora
sottosegretario Giro e l’allora
segretario generale nonché
commissario all’archeologia
romana Roberto Cecchi, oggi
sottosegretario, giurarono che
avrebbero reso noto quel testo
fondamentale entro quindici
giorni. Chi l’ha visto? Conosciamo
soltanto un testo reso pubblico
dalla Uil-Bac e in esso si dice che
lo sponsor, in cambio della messa
a disposizione di 25 milioni di
euro in 15 anni, potrà
stampigliare il marchio Tod’s sui
biglietti d’ingresso, oggi 5 milioni
l’anno, domani di più, per un
totale finale di 80-90 milioni,
comprati da cittadini di tutto il
mondo. E sui tendoni di 2,40
metri che copriranno (per anni) le
grandi arcate in restauro, ecc.
Sempre da fonti non ufficiali –
dal Codacons che come Uil-Bac
ha fatto ricorso – apprendiamo
che l’Antitrust distingue in modo
molto chiaro fra l’Avviso (cioè il
Bando) e l’Accordo intervenuto
(cioè la Convenzione, ignota ai
più). In base al primo, lo sponsor,
oltre che metterci gli euro,
doveva caricarsi del
completamento dell’attività di
progettazione e direzione dei
lavori, del coordinamento della
sicurezza, dell’appalto a terzi o
dell’esecuzione diretta dei lavori.
Con l’Accordo, invece, tutto «si
risolve nella semplice messa a
disposizione di una somma di
denaro», ma, oh sorpresa!, esso
«prevede una durata del periodo
di sfruttamento dei diritti ben
superiore ai limiti introdotti
dall’Avviso, pari a due anni oltre il
termine della conclusione dei
lavori in favore di Tod’s e a 15
anni in favore dell’Associazione
Amici del Colosseo ai sensi
dell’art. 4 dell’Accordo». Siamo
all’abbuffata dei ritorni
pubblicitari rispetto agli impegni,
soltanto finanziari, nel restauro.
Inoltre – altro rilievo
dell’Antitrust – il MiBAC, andata
deserta la gara (molto
impegnativa) indetta col Bando,
«all’indomani della gara» è ricorso
alla trattativa diretta
«interpellando un numero di
soggetti estremamente limitato,
senza aver dato adeguata
pubblicità al fatto che gli oneri
posti a carico dell’eventuale
sponsor erano stati
sostanzialmente ridimensionati»
al solo finanziamento. Chiaro
come il sole.
Non so cosa ne dirà il Tar, ma
credo che la Corte dei Conti
dovrebbe far luce su questo punto
nevralgico. L’Unità fu uno dei
pochissimi giornali a sollevare
perplessità in merito l’11 luglio
scorso parlando di «convenzione
genuflessa». In generale fu tutto
un’exultate, jubilate. E adesso si
chiede in modo perentorio: ma,
allora, volete bloccare i restauri
dell’Anfiteatro Flavio che va in
pezzi? Poiché il “marchio
Colosseo” vale molto più di 25
milioni in 15 anni e il
monumento non sta
propriamente crollando, lo Stato
deve darsi regole più chiare e
comportamenti meno
improvvisati. Anche perché, non
agendo così, si creano (stiamo
parlando di un vero “totem”)
precedenti rischiosi. Diego Della
Valle fu onesto nella
conferenza-stampa: «Non siamo
qui per fare beneficenza». Subito
dopo altri gridarono al
mecenatismo. Non scherziamo:
mecenate è chi dona denari per la
cultura senza chiedere nulla in
cambio, neppure di essere citato.
Come mister Packard a Ercolano.
In fondo in fondo, se l’attuale
biglietto d’ingresso fosse stato
aumentato di 30 cent con
l’indicazione «pro-restauro», in 15
anni si sarebbero incassati i 25
milioni della sponsorizzazione e
forse anche di più. Senza
ambiguità, né opacità di sorta.
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