15 Dicembre 2011

Fallisce il tavolo della pace su Calciopoli  

Fallisce il tavolo della pace su Calciopoli
 

ROMA. Alcuni erano in lite da cinque anni, nel frattempo hanno parlato avvocati e ricorsi ai tribunali, veleni e accuse nemmeno molto sottili. Ma per la stretta di mano tra Agnelli, Moratti e Della Valle il tempo non è maturo. Il tavolo c’ è, la pace decisamente meno. Dopo quasi cinque ore per cercare di ricucire gli strappi prodotti da Calciopoli lo stesso presidente del Coni, Gianni Petrucci – demiurgo dell’ appuntamento romano – è costretto ad ammettere, sconsolato che il passo in avanti non c’ è stato. Non lo vuole chiamare fallimento, ma «le ferite di Calciopoli restano aperte, le scorie scottanti, il capitolo non si è chiuso». Unico risultato ottenuto è un confronto civile, con due tra i maggiori contendenti – Andrea Agnelli e Massimo Moratti – che hanno fatto lo sforzo di chiamarsi per nome. Ma le distanze restano tutte. Lo ha fatto capire a chiare lettere Diego Della Valle – il patron onorario della Fiorentina inserito nella rosa ristretta degli invitati al tavolo con i presidenti di Juve e Inter, l’ ad del Milan Adriano Galliani, il presidente del Napoli Aurelio de Laurentiis e il presidente della Figc Giancarlo Abete – uscendo dalla riunione-fiume e rompendo il patto del silenzio dei suoi colleghi. «Petrucci ci ha chiamato e noi siamo venuti», ha detto Della Valle, «ma ognuno è rimasto civilmente sulle sue posizioni». Una fumata di un nero inequivocabile, a cui lo stesso Della Valle ha contribuito: «Noi vogliamo sapere perché siamo finiti in Calciopoli. Chiuderemo questa storia quando verranno riconosciute le nostre ragioni. Noi siamo stati disponibili a discutere di tutto». Di fatto, la linea di Della Valle ha frenato la stesura di un documento di pacificazione per il quale gli altri dirigenti al tavolo erano prossimi a un accordo. Definire poi «frettolose» le sentenza di Calciopoli è stata una delle richieste che hanno fatto saltare il tavolo. E non piuttosto l’ ipotesi, oramai non percorribile, di una rilettura dello scudetto del 2006, che pure – per ammissione dello stesso Abete – non poteva non essere tirato in ballo durante l’ incontro: del resto il vulnus di quel titolo revocato alla Juve e assegnato all’ Inter durante la fase commissariale della federazione ha prodotto un effetto domino con il gelo tra Torino e Milano, ma anche tra Juve e Figc e una richiesta risarcitoria del club attraverso il Tar di 443 milioni. Quanto basta per far chiudere la federazione. Ma anche un’ altra notizia ha fatto ieri molto rumore (più di quanto in realtà saranno i suoi effetti pratici) nel mondo del calcio: la decisione del Consiglio di Stato di accogliere il ricorso presentato da Codacons e Federsupportes contro la tesera del tifoso. Il rilascio della tessera abbinato ad una carta di credito prepagata potrebbe infatti rappresentare «una pratica commerciale scorretta»; questa la motivazione con cui i i giudici di Palazzo Spada hanno rinviato nuovamente al Tar (che aveva invece respinto il ricorso delle due associazioni) l’ esame della materia. Si tratta dunque di una bocciatura che non va nel merito delle tessere come strumento di limitazione e controllo delle trasferte dei tifosi, ma si limita a ritenere illegittimo l’ obbligo di utilizzare una carta di credito prepagata per l’ acquisto dei biglietti. La pronuncia, assicura l’ Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, «non influisce sulla legittimità della tessera, che continuerà ad essere necessaria per andare in trasferta». Il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete è cauto: «Dobbiamo approfondire e capire se l’ illegittimità è collegata ad aspetti specifici».

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