15 Dicembre 2011

Farmacie, liberalizzazione flop. "Ordini, i veri intoccabili"  

Farmacie, liberalizzazione flop. "Ordini, i veri intoccabili"
 

Sono troppe. Sono troppo poche. Non sono abbastanza . Si faranno. Non si faranno. Le liberalizzazioni sono uno degli argomenti principali degli ultimi giorni. La manovra del governo Monti si proponeva di dare una dura sterzata agli ordini professionali. Ma gli intenti bellicosi si sono via via ridimensionati con il passare dei giorni e delle ore. Un nodo cruciale è quello che riguarda le farmacie, con la misura che prevede la possibilità di vendere i farmaci di fascia C anche nei supermercati e nelle parafarmacie. I farmacisti hanno minacciato una serrata. Più di una voce si è levata per dire che la tenaglia delle lobby sembra essere riuscita ancora una volta a strozzare gli ardori del governo. Ed è arrivata la doccia fredda per chi sperava in misure drastiche . I farmaci per cui serve la ricetta potranno essere venduti solo nelle farmacie, cosi’ come quelli del sistema endocrino e quelli somministrabili per via parenterale. Per quelli di fascia ‘C’ sara’ possibile la vendita negli esercizi commerciali, ma l’ Aifa, d’ intesa con il ministero della Salute, individuera’ entro 4 mesi un elenco, periodicamente aggiornabile, dei farmaci che verranno comunque esclusi dalla vendita in ambito commerciale diverso dalle farmacie. I numeri degli ordini professionali in Italia Casse di previdenza degli ordini I dati degli esami di Stato (Per gentile concessione di Chiarelettere) "Liberalizzare? In Italia per farlo ci si muove su un terreno minato ", spiega Franco Stefanoni in un’ intervista ad Affaritaliani.it . Stefanoni è un giornalista che si occupa da anni di liberi professionisti e di ordini professionali e Chiarelettere ha appena pubblicato il suo libro I veri intoccabili . Un libro che racconta le 28 categorie presenti nel nostro Paese: "Un gruppo trasversale, un vero e proprio partito. Il 45% di deputati e senatori è iscritto a un albo professionale. Logico che tutelino il loro interesse". Sulla manovra Monti: "Il nodo è l’ elenco che l’ Aifa potrà stilare sui farmaci da liberalizzare e quali no. C’ è un grosso rischio che si faccia un passa indietro". Quali sono le basi del potere degli ordini? "Modalità di accesso e clientelismo. Il cittadino non viene tutelato e viene meno il loro motivo di esistere. E influenzano la cosa pubblica attraverso le lobby religiose e la massoneria". Monti riuscirà a liberalizzare? "Di sicuro non riuscirà ad abolire gli albi. Sono scettico, in Italia le riforme sono sempre rimaste solo sulla carta per poi sparire nel nulla". L’ INTERVISTA In questi giorni si discute tanto di liberalizzazioni. Nella manovra del governo Monti è prevista quella delle vendita di farmaci di fascia C. Come mai ci sono tante resistenze da parte della categoria? "Questa non è una novità. In Italia viviamo una situazione molto particolare, con delle categorie potenti e chiuse sui propri privilegi. Una di queste è certamente quella dei notai, ma anche quella dei farmacisti si è rivelata molto potente". La Codacons ritiene l’ apertura alla sola fascia C un "cedimento alle lobby" e chiede l’ estensione del provvedimento anche a quelli di fascia A. E’ così? "La Codacons ha sempre avuto uno stile un po’ massimalista e anche in questo caso fa una richiesta molto radicale. In realtà, già liberalizzare la fascia C sarebbe un grosso passo avanti. Sarebbe una vittoria importante per quella parte di farmacisti che non sono titolari di farmacie. Sono tutti coloro che non ereditano una farmacia, non sono "parenti di" e non hanno i soldi necessari a comprarsi le licenze. Già nel 2006, con Bersani, questo gruppo di persone ha avuto la possibilità di aprire parafarmacie per vendere farmaci da banco, quindi quelli vendibili senza ricetta medica. Erano anni che i parafarmacisti chiedevano il completamento della riforma allargando la vendita ai farmaci di fascia C. Se questa cosa si avvera, è un bel passo in avanti". Nelle ultime ore però la riuscita dell’ operazione è stata messa in dubbio. Ci sono una serie di emendamenti che chiedono la revisione o addirittura la soppressione dell’ articolo che riguarda le liberalizzazioni sui farmaci. "Il vero problema è quello legato al sottogruppo all’ interno della fascia C. Dopo l’ emendamento presentato da Giarda l’ Aifa può selezionare all’ interno della fascia C quali farmaci potranno essere venduti solo nelle farmacie ufficiali e quali invece dappertutto. E questo è un punto molto delicato. Se questo elenco diventa molto lungo allora sì che la liberalizzazione verrebbe ridotta. C’ è un grosso rischio. Bisogna vedere cosa succede. Se la manovra passerà, come sembra, con la fiducia allora cadrà la ghigliottina su tutti gli emendamenti e i farmacisti potrebbero davvero organizzare una serrata". Nel tuo libro tracci una cronistoria delle liberalizzazioni mancate. Ma come mai in Italia i provvedimenti al riguardo restano sempre sulla carta e al momento opportuno spariscono nel nulla? "Esistono delle categorie che godono di una particolare attenzione. C’ è una sensibilità politica che è storica e che si traduce nella non modifica delle regole che dovrebbero cambiare. Anche adesso, nonostante ci sia una carica molto decisa da parte di Monti e di Catricalà, un’ accoppiata storicamente a favore delle liberalizzazioni, le categorie reggono molto bene. In questi giorni si è visto di tutto. In parlamento ci sono 30 emendamenti contro la liberalizzazione dei farmaci. C’ è la paura che alla fine ancora una volta resti fuori dalla discussione proprio questo tema. Le condizioni per arrivare a delle novità risolute ci sarebbe ma la storia insegna che il più delle volte i grossi cambiamenti non sono mai avvenuti". Il motivo si collega al fatto che il 45% tra deputati e senatori sono iscritti a un ordine professionale? "Certamente sì. Compongono una formazione informale e trasversale. Informale perché non sono costituiti in un gruppo, ma traversale perché riguarda tutti gli schieramenti politici. Quando c’ è da racogliere un po’ di consenso è ovvio che facciano dei favori alle categorie di cui fanno parte. Anche senza una strategia codificata, si tende a dare ascolto alle pressioni dei vari ordini, proprio perché se ne fa pure parte". Su che cosa si basa il potere degli ordini professionali? "L’ architrave del loro potere è legato alla modalità di accesso. Ci sono molte differenze da caso a caso: delle volte ci sono maglie larghe e il controllo della qualità di chi entra è molto basso e altre dove invece il controllo è persino eccessivo. Ma in maniera generalizzata si può dire che i metodi siano poco trasparenti e spesso si verificano delle situazioni discriminatorie. Nel tempo si è visto di tutto. Il criterio di selezione non è obiettivo. Una riforma degli ordini dovrebbe essere centrata anche su questo. E poi la deontologia viene rispettata a macchia di leopardo. Il risultato è che il cittadino non viene tutelato. Così viene meno una delle ragioni fondamentali dell’ esistenza di questi enti, che dovrebbero essere al servizio dei normali cittadini. E invece spesso la situazione si ribalta completamente. Vince ancora una volta il clientelismo, in un gioco che assomiglia tantissimo a quello della politica". A proposito delle modalità di accesso, alla fine del tuo libro pubblichi un’ interessante tabella con i dati degli esiti degli esami di Stato. Ogni tanto ci sono delle disparità incredibili tra regione e regione. Come mai? "Delle volte la differenza è dovuta dal diverso metodo di ingresso. Laddove si fa una selezione forte già all’ università attraverso l’ iscrizione a numero chiuso l’ esame di Stato diventa una formalità e si verificano percentuali bulgare. Altrova accade il contrario. Il problema è che in tanti casi invece i numeri sono dovuti al clientelismo". Il potere degli ordini va al di là del farne parte. Quali altri interessi tocca? "Il potere degli ordini è soprattutto un potere economico. Ci sono lobby traversali ai singoli ordini, come quelle religiose o quelle massoniche, che influenzano la cosa pubblica. Un esempio c’ è stato recentemente a Milano. Due settimane fa ci sono state le elezioni per il consiglio dei medici e Cl ha provato a piazzare dei propri uomini". Se il governo riuscisse ad attuare delle liberalizzazioni chi vigilerà sull’ applicazione delle norme nei singoli ordini? "Questo è un punto cruciale. Già nel 2006 dopo la riforma Bersani ci si è accorti che alla fine la legge era stata per larghi versi aggirata. Sia per quanto riguarda la pubblicità sia per quanto riguarda le tariffe minime, sostituite da quelle di riferimento. Ma alla fine non era cambiato nullo. La sfida è proprio quella di attuare un controllo efficace. Ma chi controlla chi è sempre una materia difficile". Credi che il governo Monti riuscirà a dare il via alle liberalizzazioni? "Per l’ Italia sarebbe necessario avere qualche regole in meno, perché da noi si vive una situazione unica al mondo. Meno lacci e lacciuoli significherebbe avere più concorrenza. Per quanto riguarda gli ordini non si parla di toglierli, ma di correggerli. Sicuramente non credo alla soppressione che aveva minacciato Monti per quegli ordini che entro il prossimo agosto non si fossero riformati. Una cosa del genere difficilmente si potrebbe verificare". Parliamo di un ordine in particolare: quello dei giornalisti. Secondo te ci vorrebbe una revisione o un’ abolizione? "Secondo me come ordine non è strettamente necessario. Negli altri paesi ci sono importanti associazioni che funzionano bene. Se in Italia deve restare, che resti. Però che almeno venga riformato. Il pericolo vero è che le riforme, come spesso accade, restino solo sulla carta. O che comunque siano di proporzioni modeste".

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