“Tbc al Gemelli, il primo bimbo positivo già nel 2010”
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fonte:
- Paese Sera
Un altro bimbo positivo alla tbc. La notizia, già di per sé preoccupante, diventa clamorosa quando Alessia Stabile, avvocato del Codacons, aggiunge che il piccolo è nato a dicembre. L’8 dicembre 2010, per la precisione. La rivelazione avviene mentre è ancora in corso la conferenza stampa organizzata dall’associazione dei consumatori per fare il punto sullo “scandalo sanitario più grave degli ultimi venti anni”, come si legge nella cartellina stampa consegnata ai giornalisti. La fonte in questo caso è, come si dice, di prima mano: è stato infatti lo stesso padre del bambino a inviare un sms all’avvocato per comunicare l’esito dell’esame, eseguito privatamente. Per un eccesso di scrupolo (che poi tale non si è rivelato), i genitori del piccolo hanno deciso di pagare il test di tasca propria. Visto che i controlli, quelli ufficiali stabiliti dalla Regione, sono fermi al mese di gennaio.
“Questo purtroppo – commenta a caldo il presidente dell’associazione Carlo Rienzi – dimostra che avevamo ragione a chiedere, come facciamo sin dall’inizio, che i controlli venissero estesi a tutti i bambini nati a partire dal giorno in cui l’infermiera è entrata a far parte del reparto neo-natale”. Ovvero un anno e mezzo fa. Non solo. Come ribadito oggi, i test andrebbero eseguiti anche sulle mamme che hanno allattato i loro piccoli al nido in tutto questo periodo.
LE FAMIGLIE. La notizia del nuovo contagio, risalente addirittura al 2010, non ha fatto altro che aumentare l’ansia e la rabbia dei genitori, molti dei quali presenti, insieme ai loro figli, alla conferenza stampa del Codacons. In tanti si sono decisi a venire qui per ascoltare con le loro orecchie il parere degli esperti presenti e, soprattutto, per compilare i moduli necessari a ottenere il sostegno legale dell’associazione in questa vicenda.
“Il Gemelli ha compiuto una negligenza imperdonabile – si sfoga una giovane nonna che tiene in braccio il suo nipotino di 8 mesi – Da quando abbiamo scoperto che è positivo al test, non viviamo più. Sappiamo che il fatto che sia stato contagiato non vuol dire che abbia sviluppato la malattia, ma siamo preoccupati perché nessuno sa dirci con precisione se e quali danni potrebbe provocare nel suo piccolo corpo la terapia antibiotica cui lo stiamo sottoponendo”. Una preoccupazione decisamente condivisa. “Quali effetti collaterali potrebbero esserci per i bambini positivi che, per 6, forse addirittura 9 mesi, dovranno essere sottoposti alla profilassi a base di antibiotici?”: è questa la domanda più ricorrente in sala. Ma nessuno sa dare una risposta precisa. Potrebbero esserci solo (si far per dire) semplici carenze vitaminiche, ma la medicina, si sa, non è una scienza esatta. E allora come tranquillizzarsi, visto che, sottolinea Davide, “le informazioni che riceviamo continuano a essere poche e discordanti?”.
L’ASPETTO LEGALE. Di fronte alla salute dei propri figli, la questione legale passa decisamente in secondo piano. Ai risarcimenti, oggi qui, ci pensano in pochi. “La cosa più importante per me – dice Samantha, mamma di Giorgia, nata il 19 luglio e risultata negativa al test – è che mia figlia stia bene”. Anche se tutti concordano sul fatto che chi ha sbagliato, se ha sbagliato, dovrà pagare. Secondo le prime stime dell’associazione, le famiglie che si sono fatte avanti per ottenere un sostegno legale sono già una cinquantina.
Ad oggi è ancora difficile individuare responsabilità precise, sostiene il Codacons, ma non è escluso che, una volta conclusa la perizia della Procura, i reati penali contestati possano andare dall’epidemia colposa all’omissione d’atti d’ufficio. L’associazione, che, insieme ad alcuni genitori, è parte offesa nel procedimento penale, si sta parallelamente facendo promotrice di una class action alla quale potranno partecipare tutte le famiglie dei bambini coinvolti in questa vicenda, sia quelli positivi sia quelli negativi alla tbc. Oltre alla quantificazione del danno biologico subito dai piccoli, l’azione collettiva punta infatti a far valere in sede civile anche il danno psicologico per i padri e le madri e quello esistenziale, che spetterà eventualmente al giudice valutare secondo equità.
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