3 Aprile 2011

Mia madre oggi ha danni celebrali permanenti, ad appena 70 anni.

Mia madre oggi ha danni celebrali permanenti, ad appena 70 anni.
 

E noi non abbiamo potuto neanche rendercente conto, perché sul come si è arrivati a tal punto c’è stata una carenza di informazioni».
A parlare è una signora modenese sulla cinquantina, una di quelle che si sono rivolte al Codacons dopo aver vissuto un’esperienza a dir poco infelice tra le mura del reparto di cardiologia del Policlinico.
Sia chiaro: questo giornale non intende entrare nel merito delle scelte medico-scientifiche degli operatori sanitari, perché non sarebbe possibile.
Il problema sollevato dal Codacons è piuttosto di metodo e risiede proprio nel concetto di «consenso informato»: una norma deontologica, prima ancora che di diritto positivo, in virtù della quale il medico deve mettere al corrente delle proprie scelte terapeutiche o il paziente o, se questo non è in grado di intendere e volere, i suoi congiunti.
«Nella primavera del 2006 mia madre fu operata per un aneurisma addominale», racconta ancora la donna.
«In seguito fu messa in terapia post-operatoria, e da lì trasferita in cardiologia.
A un certo punto mi dissero che era gravissima».
Prima arrivò la grande paura, quindi, poi i primi sospetti: «A un certo punto una dottoressa mi disse che mia madre era riuscita a superare un infarto, e che i colleghi che l’avevano precedentemente seguita si meritavano una tiratina d’orecchie».
Il mese di giugno 2006 fu segnato da continui avanti e indietro dal nosocomio di via del Pozzo, tra la renitenza della paziente a sottoporsi a ulteriori esami e l’insistenza dei famigliari perché ciò avvenisse, in modo da fugare ogni possibile dubbio.
«Il problema è che, almeno a noi famigliari, non è stato detto con esattezza quali accertamenti erano necessari per mia madre, in modo che noi potessimo capire eventuali rischi per la sua salute», continua la 50enne modenese.
«Fino alla fine del mese, quando un giorno fu sottoposta a una coronarografia.
Se è stato chiesto il consenso, lo si è fatto con lei e non con noi.
A noi era stato accennato piuttosto di un’angiografia, che è cosa diversa».
Il finale è questo, almeno secondo il racconto della donna: «Da quella coronarografia mia mamma uscì con bruciature su tutto il corpo, i capelli tutti impastati, non sembrava più lei.
Non è stata più lei, anzi, da allora: aveva appena rinnovato la patente, e ora fatica a ragionare».
Ovviamente, per motivi di logica e di privacy, non è possibile verificare in ogni dettaglio con il personale del Policlinico il racconto fornitoci ieri.
Sarebbe però interessante avere una risposta alle seguenti domande: il concetto di «consenso informato» è stato applicato correttamente nel caso raccontato dalla donna che si è rivolta al Codacons? Era auspicabile che, viste le condizioni della madre, la figlia fosse coinvolta nelle decisioni sugli accertamenti clinici? Infine, la donna dice di non essere stata informata riguardo la coronarografia cui fu sottoposta la genitrice, e che avrebbe causato i danni celebrali permanenti poi manifestatisi: davvero c’è un nesso di causalità tra il tipo di esame clinico e la patologia poi manifestatasi? Tutte domande a cui il Codacons chiede legittimamente risposta, in primis alle auttorità amministrativo-sanitarie.
 

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