6 Febbraio 2011

La class action all’italiana ha deluso

La class action all’italiana ha deluso. A poco più di un anno dal debutto, le associazioni dei consumatori chiedono modifiche della normativa. Pena l’inefficacia di questo strumento a disposizione dei consumatori contro pratiche commerciali scorrette e danni subiti dalle aziende. Siamo distanti anni luce dall’esperienza americana, dove sono stati ottenuti maxi risarcimenti mettendo in ginocchio le più grandi multinazionali. Nel mirino in Italia una normativa che comporta un rischio troppo elevato per chi promuove l’azione in termini di costi tutti a carico del ricorrente. Mentre non sono puniti i danni morali. Anche in caso di vittoria sembra che non ne valga la pena. Ne sa qualcosa Carlo Rienzi, presidente del Codacons, promotore dell’unica class action finora dichiarata ammissibile nel settore privato, quella contro la Voden Medical, distributrice del «test fai da te» per la rilevazione dell’influenza: la spesa è stata di 15 mila euro, di certo eccessiva rispetto all’eventuale restituzione dei soldi a chi ha acquistato il kit, sempre che abbia conservato lo scontrino. È sempre del Codacons la prima class action tricolore presentata il primo gennaio 2010 contro due colossi bancari: Unicredit e Intesa Sanpaolo. Oggetto del contendere: le commissioni applicate dalle banche sui conti correnti in rosso giudicate troppo costose. Ad ottobre scorso, però, il tribunale di Torino ha respinto il ricorso dell’azione collettiva già bocciato in primo grado. «È una normativa che finisce per essere pro-azienda e non pro-consumatore», afferma il presidente dell’Adiconsum, Paolo Landi, secondo il quale, tuttavia, basterebbero poche modifiche per farla diventare efficace. Secondo il presidente della Federconsumatori, Rosario Trefiletti, la class action è uno strumento che va usato «dopo aver esperito un tentativo di conciliazione, se c’è un rinvio a giudizio oppure una condanna dell’Antitrust».

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this