7 Novembre 2010

“Debiti e disoccupazione, per uscirne

UNO SQUALO (non quello di Spielberg, decisamente più reale) con il colletto bianco e un foglio che riporta debiti e tassi di interesse dalle percentuali a due cifre. E’ una delle immagini scelte da Fabio Galli, presidente del Codacons, nel ricostruire la storia di Mario (nome di fantasia), quarantenne disoccupato (non per l’ Inps, e tra poco spiegheremo il perché), divorziato, figlia piccola affidata alla moglie, e talmente nei guai da essere disposto «a mettere in vendita un rene». Squarci di crisi, dunque, sulla scorta di quelli già resi pubblici dall’ associazione dei consumatori nelle settimane passate. Tutti raccontati spalle alla telecamera e ai flash. MARIO VIVE a Modena da poco più di un decennio, viene dal sud. Lavorava fino a un anno e mezzo fa nel campo dell’ informatica. «Poi – ci dice – sono stato licenziato. L’ azienda non ha usufruito degli ammortizzatori sociali e così in un primo momento sono entrato in disoccupazione». Qualche curriculum in giro e arriva la possibilità di un lavoro. Giusto di venti giorni. E qui, dopo quella della crisi, arriva «la seconda bastonata». Stavolta per mano della burocrazia. Capita infatti che Mario non segnali all’ Inps la brevissima parentesi lavorativa. Così addio al sussidio, oggi e domani. Quindi, che succede? Che le aziende a Modena e provincia non assumono, che non si paga più l’ affitto, che in banca spunta il segno meno. Poi l’ affittuario manda l’ ultimatum. Morale della favola che favola non è: martedì gli ufficiali giudiziari busseranno alla porta. Martedì Mario sarà per strada. «Per questo – annuncia convinto – ho deciso di vedere un rene. Non ci sono altre possibilità. Le ho provate tutte». Certo è illegale. Altrettanto vero che almeno in minima parte questa sia una provocazione. Ma intanto si dice che sul mercato nero un rene venga pagato 15mila euro. Soluzione momentanea, che «oltre ad essere pericolosissima non risolve assolutamente nulla», commenta Galli. Perché la questione sulla quale vale la pena soffermarsi sta da un’ altra parte. Nelle percentuali: «Anche in questo caso – fa notare Galli sventolando il foglio che riassume la situazione finanziaria di Mario – la banca vuole molti più soldi di quelli che il cliente ha chiesto in prestito». Nel caso di Mario una piccola cifra, 1.500 euro, richiama altre piccole cifre. Piccole sì, ma che in casi come questi hanno un peso specifico diverso. A voler essere precisi «nel suo caso – legge il presidente del Codacons – la banca applica un tasso di interesse del 12,65% trimestrale. Enorme. Ma c’ è di più: la stessa banca chiede 32 euro per il conteggio degli interessi stessi». Strano ma vero: «Per eseguire un calcolo che il computer farebbe in meno di un secondo esigono un pagamento». Euro più euro meno, tra interessi (destinati a crescere) e la fatica che un impiegato spende nel pigiare la tastiera, al debito di 1.500 euro si aggiungono 600 euro l’ anno. Al momento. «Si tratta di un meccanismo malato – chiosa Galli -, negli ultimi mesi solo a Modena abbiamo avuto un centinaio di persone che si sono rivolte a noi in condizioni similari a quelle di Mario. E’ come se il sistema le volesse eliminare». E attenzione, «sembrano cifre ridicole, ma provate a pensare quanto possono significare per chi non ha più assolutamente nulla. Per chi non sa più a chirovolgersi e non riesce a trovare lavoro». Banche nel mirino? «Assolutamente sì, in alcuni casi dovrebbe intervenire la magistratura per fare chiarezza», conclude il presidente del Codacons.
 

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