2 Gennaio 2010

Class action: intervista a Carlo Rienzi

Carlo Rienzi, le altre associazioni di consumatori sono freddine rispetto all’ efficacia della class action all’ italiana. Lei invece perché ha fiducia? «Ma no! Noi del Codacons – risponde il presidente – siamo i più contrari di tutti alla class action così com’ è. Questa legge non ha niente a che vedere con l’ azione collettiva che esiste in America, in Canada o in Brasile. Non si dica che siamo a favore! Ma il Codacons è, fra le associazioni, quella più incline a usare lo strumento delle cause in tribunale. E’ proprio nel nostro statuto, e lo facciamo con la legge che c’ è. Può darsi che concentrandoci su un caso molto preciso, come questo del massimo scoperto, otteniamo dei risultati». Allora è una specie di test? Se vincete bene, e se perdete persino in questo caso che si prospetta facile dimostrate che la legge sulla class action, così com’ è, non funziona? «No, per dire che questa legge non funziona non c’ è bisogno di fare esperimenti. E’ piena di buchi. Per esempio: la class action in versione italiana non prevede il danno punitivo ma solo la restituzione di quel che si è “rubato”. In America se uno perde un’ azione collettiva viene condannato non solo a rendere il maltolto ma anche a pagare, che so, un milione di dollari di danni a ognuno dei ricorrenti, e questo è un forte incentivo a non sgarrare. Invece in Italia la parte contrattualmente più forte anche se viene condannata per un comportamento scorretto deve solo restituire i soldi». Proviamo ad applicare questo ragionamento al caso delle banche e del massimo scoperto? «Certo. Allora ragioniamo così. La legge vale solo per quel che è successo da agosto in poi. I ricorrenti potranno avere indietro, poniamo, 200 euro ciascuno, e noi valutiamo che solo il 20% degli aventi diritto aderirà alla causa. In definitiva le banche, se condannate, dovranno restituire una piccola parte di quello che hanno indebitamente sottratto, senza pagare penali. Più poche migliaia di euro di spese per avvocati, visto che la class action è una sola. Che razza di deterrente è? In America pagherebbero miliardi». Quanti soldi sono in ballo in questa vostra causa? «Valutiamo che ognuna delle due banche abbia sottratto un miliardo e che alla fine restituirà 200 o 300 milioni». Ci sono altre debolezze nella class action all’ italiana? «Molte. Da noi è previsto che la causa sia subordinata a un’ ordinanza del giudice che ammetta l’ azione. E’ vero che, una volta che l’ azione è dichiarata ammissibile, la vittoria nel merito è quasi scontata. Ma prima che ci si arrivi la causa deve essere pubblicizzata a spese del ricorrente, in modo che il maggior numero di interessati ne venga a conoscenza. E questo è onerosissimo per noi. E poi succede la stessa cosa per l’ appello, e per la Cassazione… Speriamo che il giudice ci consenta di fare pubblicità online, o che ne incarichi il ministero delle Attività produttive…». In America invece come funziona? «La pubblicità può essere fatta dopo la vittoria. L’ avvocato che vince la causa è l’ unico titolato a rappresentare coloro che hanno diritto ai rimborsi e ai danni e che possono aderire alla class action a cose fatte. In quel caso non è un problema farsi pubblicità, perché lo studio legale che ha vinto può trattenere fino al 40 per cento delle somme che incassa dai nuovi danneggiati che trova. Non faccio l’ apologia del sistema americano ma si possono studiare altre forme di pubblicità più intelligenti di quella concepita dal legislatore italiano».

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