Formigoni indagato per smog
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fonte:
- La Stampa
MILANO Non fosse per lui, che ha pure convocato un’improvvisa e indignata conferenza stampa nel suo Pirellone, questa storia sarebbe finita in poche righe nelle pagine dei quotidiani di Lombardia. Un avviso di garanzia per un reato che vale la severissima pena, se proprio va male, di euro 206 e centesimi 58: articolo 674 del codice penale, «getto pericoloso di cose». Finisce addosso a Roberto Formigoni, il governatore che subito si mostra offeso; a Guido Podestà, il presidente della Provincia, che a fine pomeriggio dirà che sono affari che riguardano il suo predecessore; a Letizia Moratti, il sindaco di Milano, che fino a sera dirà proprio nulla. Un avviso di garanzia per tre, la conferenza stampa di uno solo, il governatore. Tutto parte da una denuncia del Codacons, l’associazione consumatori che lamenta gli eccessi di inquinamento in città, provincia e regione, il pm10 che nell’ultimo anno ha superato i limiti per ben 82 volte. Reato ambientale. Ricorsi presentati più o meno tutti gli anni, e sempre finiti in archivio. L’ultimo, però, il gip Marina Zelante (attenzione al cognome, ritornerà nelle dichiarazioni di solidarietà a Formigoni) lo rimanda in Procura per nuovi accertamenti. E da qui, per ottenere copia delle delibere, gli avvisi di garanzia. Sarebbe poca cosa, ma non per Formigoni. Alle quattro e mezzo del pomeriggio entra nella saletta al primo piano del Pirellone e sbandiera un foglio. «Eccolo, eccolo il tanto agognato avviso di garanzia. Eccolo, è finalmente arrivato!», dice. E poi aggiungerà che «tutti, tanti lo invocavano». E’ quasi una liberazione, per il Governatore che al Pirellone chiamano «il Celeste». E’ quasi una liberazione perché quando le prime voci hanno mormorato di un avviso di garanzia per Formigoni nessuno si aspettava quest’ipotesi d’accusa da 206,58 euro. Non solo a Milano, e il governatore lo sa, i mormorii erano e sono peggiori. Ben venga, allora questo avviso di garanzia. E’ quello che permette a Formigoni di cominciare il riscaldamento per le elezioni di marzo e la sua quarta volta da governatore. «Qualcuno tenta di coinvolgermi in inchieste, è un buon viatico per la mia campagna elettorale. Hanno tentato tante volte ed è finita con 10 processi e 10 assoluzioni. Io sono innocente come acqua di fonte!». Già che c’è mette in conto un altro avviso di garanzia. «Arriverà da L’Aquila. Dicono che la Casa dello Studente che abbiamo costruito è un favore alla Curia proprietaria del terreno. E’ una balla colossale, la Curia non avrà alcun favore». Ecco, i favori. E’ proprio su questo che, almeno da ottobre, almeno dalla notte dell’arresto di Giuseppe Grossi, detto «il re delle discariche», che la Regione del Governatore convive con voci malevole e maligne. Con Grossi è finita a San Vittore Rosanna Gariboldi, moglie di Giancarlo Abelli detto «Il Faraone», una volta potentissimo democristiano di Pavia, ora potentissimo anello tra i formigoniani e il premier Silvio Berlusconi. Un’inchiesta dove non mancano nomi di assessori o ex assessori. E appunto a quest’indagine si è pensato a Milano, appena si è saputo dell’immprovvisa conferenza stampa del governatore. «Cose ridicole», dice Formigoni rimettendosi seduto e il foglio in tasca. Le agenzie di stampa subito riportano la solidarietà di tutto il Pdl, dalla triade Bondi-La Russa-Verdini al vicepresidente della Camera Lupi, che se la prende «con il solito zelante magistrato». Solidarietà che oggi, alla conferenza «Italia-America Latina», il governatore riceverà anche da Berlusconi. Tutti soddisfatti, per ora. La berlusconiana Fininvest che aveva chiesto la sospensione dell’esecuzione del pagamento monstre da 750 milioni di euro cui è stata condannata in ottobre, a titolo di risarcimento per la vicenda del Lodo Mondadori, in attesa dell’inizio del giudizio in appello che partirà a fine febbraio. E la Cir di Carlo De Benedetti che, al contrario, aveva sollecitato l’esecuzione della sentenza di primo grado firmata dal giudice Raimondo Mesiano e che, dopo quanto deciso ieri dalla seconda Corte d’Appello di Milano, a garanzia del pagamento (nel caso di esito giudiziario favorevole in secondo grado) avrà una fideiussione di 750 milioni (più interessi) rilasciata da una primaria banca per conto di Fininvest. Insomma, è finito pari l’ennesimo round giudiziario del match che ha opposto per anni – sul controllo della Mondadori – il Cavaliere e l’Ingegnere. Una battaglia che ha segnato un’epoca, gli anni a cavallo tra la fine degli Anni Ottanta e l’inizio degli Anni Novanta, a cavallo tra la fine della prima e l’inizio della seconda repubblica: l’annuncio (era il 1989) debenedettiano della conquista della principale casa editrice italiana, pochi mesi dopo il contrattacco berlusconiano, un primo lodo arbitrale (1990) appannaggio della Cir, un secondo lodo (quello che la Corte di Milano ha poi sentenziato come «comprato» condannando Previti, Pacifico, Acampora e Metta) che riconsegna Mondadori a Fininvest. Ieri, l’ultimo (ma non definitivo) strascico in sede civile terminato con un compromesso che, a parole, non delude nessuno dei due contendenti e consente di rinviare al giudizio in appello la conferma o no della condanna di primo grado alla Fininvest a pagare alla Cir «749,955 milioni più spese e onorari per il danno patrimoniale da perdita di chance» dovuto alla sentenza «comprata» sul Lodo Mondadori. Nell’attesa, ognuno preferisce tirar l’acqua al proprio mulino. E a una Fininvest che ieri ha sottolineato d’aver raggiunto lo scopo che si prefiggeva – mantenere la sospensione dell’esecuzione della sentenza di primo grado per potersi concentrare sul processo d’appello che inizierà a febbraio – ha subito risposto la Cir dichiarandosi più che soddisfatta d’aver incassato, a tutela del risarcimento, il rilascio di una fideiussione i cui termini verranno presentati tra venti giorni. Era stato il giudice Luigi de Ruggiero, ieri mattina, a chiedere ai legali di Cir e Fininvest se c’era una possibilità d’accordo sulla sospensiva. Breve conciliabolo e dagli avvocati Fininvest è arrivata la proposta della fideiussione. Altro veloce conciliabolo e dagli avvocati Cir, guidati dal giurista genovese Vincenzo Roppo, è arrivato il sì subordinato all’emissione della fideiussione da parte di una primaria banca, ancora da individuare, e all’accordo delle parti sul testo. Uno pari e tutti a casa. A preparare l’appello dove uno stuolo di consulenti è già al lavoro per confermare la legittimità della sentenza sottoscritta dal giudice Mesiano (in casa Cir) o per dimostrare che «non sta in piedi» (tesi Fininvest). «Spargere sangue in questa fase non è utile, a noi interessa una decisione sollecita, un’esigenza che ha anche la Cir, è interesse di entrambe la parti», è la sintesi del compromesso raggiunto ieri fatta a caldo da Romano Vaccarella, l’ex giudice della Corte Costituzionale che guida la pattuglia dei legali Fininvest. Un po’ meno soddisfatto il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, abituato a guardare al sodo: «E’ una cosa che comunque sia danneggia la Fininvest che non ha più la libertà che aveva prima sotto il profilo finanziario, la fideiussione è una garanzia e la garanzia costa, blocca la capacità di credito per quella cifra».
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