19 Settembre 2009

Caso Unipol, Consorte e Fazio a giudizio

 Davanti ai giudici, per il tentativo di scalata a Bnl, anche il finanziere bresciano Emilio Gnutti L’ex numero uno di Unipol, Giovanni Consorte

 MILANOPoco più di quattro anni fa il tentativo «occulto» di scalata a Bnl da parte di Unipol. Ieri i protagonisti di quell’operazione, guidati dall’ex numero uno della compagnia assicuratrice Giovanni Consorte, sono stati rinviati a giudizio. Così, al termine di un’udienza preliminare durata circa un anno, dei 45 imputati, tra persone fisiche e giuridiche, 28 sono stati mandati a processo, tre hanno patteggiato mentre gli altri sono stati prosciolti. Dal prossimo primo febbraio, oltre a Consorte e al suo allora braccio destro Ivano Sacchetti, saranno giudicati davanti alla prima sezione penale del Tribunale anche l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio, l’ex capo dell’area vigilanza di via Nazionale Francesco Frasca, gli attuali presidente e direttore generale di Unipol Pierluigi Stefanini e Carlo Cimbri e il finanziere bresciano Emilio Gnutti. E ancora una serie di banchieri, all’epoca presidenti o amministratori delle Popolari di Reggio Emilia, Vicenza e di Carige, i cosiddetti «contropattisti», tra cui gli immobiliaristi Stefano Ricucci, Danilo Coppola e Giuseppe Statuto, l’europarlamentare Vito Bonsignore (Pdl) e il costruttore ed editore Francesco Gaetano Caltagirone, e tra le società Hopa, la stessa Unipol e Deutsche Bank. Le accuse sono aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza e, per il solo Consorte, anche insider trading. Quest’ultimo reato viene contestato in relazione a un paio di telefonate intercettate con il senatore del Pd Nicola Latorre, che risalgono al luglio 2005 e nelle quali l’allora presidente di Unipol non era stato poi «così vago» in merito alle informazioni date al suo interlocutore sull’operazione. Tre invece sono stati i patteggiamenti ratificati: quello dell’ex ad di Banca Popolare di Lodi, Fiorani (sei mesi converiti in circa 17mila euro), quello dell’ex direttore finanziario Boni (2 mesi) e quello dell’istituto di credito lodigiano in qualità di ente (circa 228mila euro). Il giudice, che ha accolto quasi tutte le richieste di proscioglimento avanzate dalla Procura, ha in sostanza sposato la ricostruzione degli inquirenti secondo i quali dalle prove emerge «che il motore della tentata scalata è stato Consorte» con «il contributo prestato da Sacchetti e Cimbri» e il ruolo determinante degli altri banchieri italiani coinvolti che «rappresentano il "nocciolo duro" dell’iniziativa».  Infine, mentre il Codacons ha annunciato di volersi costituire parte civile al processo, Consorte è rimasto sorpreso per la decisione del giudice e, dichiarandosi estraneo alla vicenda e sottolineando di aver fiducia nella magistratura, ha aggiunto che porrà all’attenzione dei media, «oltre la correttezza del mio operato, la poca trasparenza delle dinamiche politiche e processuali che hanno di fatto dato origine al fallimento della scalata a Bnl».

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