28 Agosto 2009

Storie di amianto… a Monfalcone

Quella è la nave del nonno. La vedi quella rossa laggiù sbotta allegramente una giovane mamma. Il piccolo corre verso il finestrino del treno regionale che sta per fermare alla stazione di Monfalcone. Si intravedono i cantieri navali dove a partire dal 1907 hanno lavorato gli operai: centocinquantamila in un secolo. Le navi sono state, e per molti sono ancora, un vero orgoglio, il vanto dell? Italia. Monfalcone in provincia di Gorizia è nata dai cantieri. Il piccolo non è convinto, non capisce bene cosa intende la madre che nel frattempo ha preso il telefono. Alla risposta dell?interlocutore la donna ripete parlando in dialetto. Diglielo tu che quella rossa è la tua nave. La scena del treno stride con la storia di vita (o di non vita) di Rita Nardi, vedova di Gualtiero morto alla vigilia di Natale del ?98 dopo lunghi mesi da incubo. Mio marito ha sempre odiato lavorare in cantiere. Ci è entrato che aveva solo 16 anni. Non aveva altra scelta. Era miseria in quegli anno e la sua famiglia aveva bisogno di soldi. Era tubista. Gualtiero è una delle vittime della strage di amianto di Monfalcone. Novecento morti, che nel 2012 saranno mille e nel 2010 millecento. Le previsioni fino al 2020 sono catastrofiche. Gualtiero 9 ottobre 1994 è andato in pensione aveva 52 anni 14 era già in ospedale. Io ho sempre fatto l?infermiera in ospedale. Sentivo che la gente si ammalava, leggevo i giornali ma non ci pensavo. Siamo tutti egoisti fino a quando non capita a noi. Rita racconta la sua storia che accomuna tante persone. Un maxiprocesso che vede alla sbarra 37 imputati tra dirigenti, amministratori dell?ex Italcantieri e responsabili. Per tutti l?accusa è di omicidio colposo in relazione al decesso legato all?esposizione alla fibra killer. Rita rappresenta anche gli iscritti dell?Aea (associazione dei familiari degli esposti all? amianto) che nel processo si è costituita parte civile insieme a Regione, Fiom, Provincia di Gorizia e Codacons. La malattia è stato un calvario devastante. I primi due anni benino ma gli altri due è stato un inferno dice Rita con la voce rotta dell?emozione. Mio marito era già malato prima di andare in pensione. Si prendeva il venerdì di ferie perché si sentiva troppo stanco. Non capiva il perché. Lo abbiamo capito solo dopo quando finalmente sono riuscita a convincerlo ad andare da un medico”. L?amianto è una fibra molto resistente e piccolissima: meno di mezzo millesimo di millimetro di lunghezza. Viene inalato con facilità danneggiando i tessuti, depositandosi nei bronchi e negli alveoli dei polmoni raggiungendo la pleura. Asbestosi e mesotelioma sono le principali malattie provocate da questo materiale presente, è stato stimato, oltre 3 mila prodotti. Quando è morto Gualtiero mi sembrava di impazzire. Avevo dei soldi che avevano raccolto i suoi amici e un girono sono andata all?ospedale di Monfalcone per devolverli in beneficenza ad un?associazione. Solo allora mi sono accorta che c? era la sede dell? Aea (fondata nel 1992 da Duilio Castelli). Pensi io lavoravo al reparto che stava al piano di sopra ma non mi ero mai interessata. Al tempo l?associazione cercava, in qualche modo, di sostenere le famiglie colpite. Mentre parlavo con il signor Castelli sentivo una rabbia salire confessa Rita -. Ma come qui ci stanno morendo le persone sotto gli occhi e non facciamo niente? Ricorda la signora. Da allora è partito tutto. Roberto Antonaz consigliere regionale di Rifondazione Comunista ci ha messo a disposizione un avvocato; insieme a Vanda Ballanzin il cui marito, compagno di lavoro di Gualtiero, era morto 6 mesi prima abbiamo iniziato questa avventura. Abbiamo presentato le prime tre denunce ma non bastavano. Dovevamo convincere le persone ad iscriversi all’associazione per poter inoltrare le denunce. Rita racconta che non era per niente facile convincere le persone. La rassegnazione di un destino che sembrava scritto nella comunità aveva il sopravvento sulla sete di giustizia. I più pensavano fosse da pazzi fare causa ad un colosso come la società che dava lavoro a tanta gente. Ma le persone continuavano a morire. Si accettava che morissero. Questo io non riuscivo a capirlo. Sono cose che non puoi accettare. Nella mentalità della gente quindi ciò che stavano facendo quelle persone era un po? come Davide contro Golia. Un?impresa impossibile. “Nella sfortuna della tragedia siamo stati fortunati nell?incontrare tante persone che si sono davvero occupate di questa vicenda”. Rita ricorda Beniamino Deidda allora procuratore generale a capo delle indagini, il senatore Felice Casson, l?anotomo patologo Claudio Bianchi, Massimo Carlotto lo scrittore che ha raccontato in tutta Italia il dramma dell’amianto di Monfalcone. Ma Rita ricorda anche l’incontro avuto con il presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Noi avevamo bisogno di raccontare cosa stava accadendo. Avevamo inviato al procuratore generale centinaia di cartoline come questa, l’unica battaglia che si perde è quella che si abbandona. Quando il Presidente è venuto a Gorizia ci ha ricevuto. Ci ha ascoltato con molta attenzione. Poi prima di salutarci mi ha stretto la mano e mi ha detto che non si sarebbe dimenticato di noi.

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