3 Aprile 2009

“Ridateci l’Iva sulla tassa dei rifiuti”

 Maxiricorso Codacons: ogni famiglia avrebbe tra 200 e 350 euro L’idea dell’associazione dei consumatori parte da una sentenza della Cassazione. La restituzione riguarda gli ultimi 10 anni. Le aziende: ok, per noi è un impiccio

 «Basta con l’Iva sulla spazzatura, / sento l’odore della lordura / di chi causa tutti i giorni il mio male / e me lo vuol fare pure pagare».  Il Codacons si affida al rap del cantante trash Leone Di Lernia per lanciare la «più grande azione collettiva per i consumatori italiani»: muovendosi sull’onda di una sentenza della Corte di Cassazione (la n. 17526 depositata il 9 agosto 2007), punta a raggruppare i ricorsi delle famiglie e, presentandoli alle commissioni provinciali di tutte le province, chiede la «restituzione dell’Iva ingiustamente pagata sulla tassa di smaltimento dei rifiuti negli ultimi dieci anni». Il motivo? Detto in estrema sintesi: non si può far pagare una tassa (Iva) sulla tassa (rifiuti).  Il Codacons ne fa un cavallo di battaglia: cavalcato anche da "Striscia la notizia" in tv. In ballo mille euro per famiglia, dice l’associazione. In realtà, la cifra è probabilmente attorno ai 200-350 euro, visti gli importi medi di quanto pagano i cittadini in misura differente da città a città (e a seconda della dimensione dell’abitazione). Anche altre realtà del mondo consumerista, così come organizzazioni sindacali e forze politiche sono andate all’attacco: a Lucca l’Aducons parte lancia in resta, fra Cecina e Piombino l’aveva fatto un anno fa il Movimento Consumatori e, ancora prima, in provincia di Pisa, la Federconsumatori. Ma la battaglia-clou è stata quella di Cascina: nella primavera dell’anno scorso Unione inquilini e Pdci avevano sostenuto l’azione di un gruppo di cittadini, però a metà gennaio la commissione tributaria ha dato ragione alla Geofor, l’azienda che gestisce la raccolta dei rifiuti in 24 Comuni del Pisano.  Il Codacons non demorde: «Se fosse una tariffa l’Iva sarebbe applicabile, ma essendo una tassa questo non è legittimo». E cita la Cassazione: «Gli atti con i quali i gestori manifestano la pretesa creditoria hanno natura intrinseca di atti amministrativi. Ne discende che gli stessi devono possedere tutti i requisiti fondamentali dei provvedimenti impositivi e, segnatamente, la motivazione che giustifica la richiesta di pagamento del gestore». Insomma, poco importa che con il passaggio a Tia si sia chiamata tariffa: è di fatto una tassa. Non la pensa così la Federambiente, l’organizzazione che raggruppa le aziende dei servizi di igiene ambientale: «L’Iva sulla tariffa rifiuti va purtroppo pagata» e comunque le imprese che raccolgono rifiuti «sono obbligate in ogni caso ad applicarla». E’ tutto un «equivoco» che «nasce probabilmente da un’incompleta conoscenza delle norme, sicuramente complesse, che regolano la materia». Tutto ruota attorno a un interrogativo: quel che paghiamo per il servizio di raccolta rifiuti è, al di là dei nomi, un tributo oppure il corrispettivo per un servizio. La sezione tributaria della Corte di Cassazione nell’agosto 2007 «sposa sostanzialmente la prima ipotesi», ammette Federambiente. Eppure, a distanza di cinque mesi, nel dicembre 2007 è «la stessa Cassazione, questa volta a sezioni riunite, che accoglie la tesi opposta», torna a insistere l’organizzazione delle aziende di servizi pubblici. Poi mette in fila anche la risoluzione 250/E dell’Agenzia delle Entrate: porta la data del 17 giugno scorso e dice che sulla tariffa rifiuti «va obbligatoriamente applicata l’Iva con aliquota ridotta al 10 per cento». Filippo Di Rocca, presidente dell’Aamps, l’ex municipalizzata che raccoglie l’immondizia a Livorno, lo dice senza giri di parole: «L’Iva sulla Tia è per noi aziende del settore un impiccio, anzi una rimessa. Tiriamo fuori di tasca nostra l’importo per pagarlo in anticipo allo Stato, e poi metterlo in bolletta ai cittadini sperando di arrivare a riscuoterlo davvero. E non si tratta di briciole: noi fatturiamo trentadue milioni di euro, dunque si passano i tre milioni». L’amministratore livornese confessa che «non potrebbe farmi che piacere se il legislatore deciderà di modificare questa norma: però bisogna che la cambino, altrimenti io l’Iva devo farla pagare».

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