18 Giugno 2008

Class action, bye bye

Se il buon giorno si vede dal mattino, non si può proprio dire che la class action sia nata sotto i migliori auspici. Merito (suo malgrado) di un senatore di Forza Italia che nel novembre scorso salvò per errore di voto la fragile maggioranza del senato, votando l`emendamento che introduceva l`azione collettiva risarcitoria. Lui scoppiò in lacrime ma la class action, tra i boatos di Confindustria, trovò un posto nelle centinaia di pagine della legge finanziaria 2008. “Un provvedimento all`amatriciana“, così Luca Cordero di Montezemolo stigmatizzò la norma che sarebbe dovuta entrare in vigore a fine giugno, e che invece il governo ha annunciato di volere posticipare di sei mesi (a gennaio). Non perchè la maggioranza sia contraria, per carità. Anzi, dice il ministro Claudio Scajola: “Il governo è favorevole a un provvedimento di assoluta validità e importanza per i consumatori, solo che così com`è rischia di portare a vagoni di ricorsi senza giovare ai consumatori“. Servirà insomma qualche altro `tavolo di confronto` con le parti interessate, un po` come sul Testo unico in materia di sicurezza sul lavoro. Indovinate in quale direzione? Risulta difficile pensare a qualcosa di più annacquato di quella che è la class action all`italiana. L`emendamento votato nella scorsa finanziaria prevede infatti che possano intentare una causa collettiva di risarcimento solo le associazioni dei consumatori maggiormente rappresentative, o comitati adeguatamente rappresentativi (per esempio i `gabbati` dai bond Parmalat che decidano, come hanno fatto, di fare causa). Negli Usa, al contrario, anche un singolo cittadino può intentare un`azione collettiva: spetta poi al giudice, nell`udienza preliminare, valutare quanto quella singola istanza sia rappresentativa degli interessi di una `classe` di persone. Negli Stati uniti poi, una volta ottenuto il via libera dal giudice, la class action riguarda (tanto nel caso di vittoria che in quello di sconfitta) tutti i cittadini effettivamente coinvolti, e non solo i promotori della causa. Il principio è quello dell`opt out, se non si vuole essere compresi bisogna dichiararlo. In Italia invece il principio è quello dell`opt in: partecipa agli eventuali benefici di una class action, solo chi vi ha effettivamente (e esplicitamente) aderito. E veniamo a quello che il presidente di Altroconsumo (associazione indipendente di consumatori), Paolo Martinello, giudica “il vero punto debole del modello italiano“, e cioè la conclusione dell`azione risarcitoria. Mentre infatti negli Usa è il giudice che, dopo avere valutato l`entità della `classe`, quantifica il risarcimento che l`impresa è tenuta a pagare, nella legge italiana tutta la fase della quantificazione dei danni e dell`erogazione delle somme dovute viene di fatto delegata a un momento successivo a quello della sentenza e rimessa ad una procedura conciliativa: “La legge non è chiara e risulta dunque difficile capire come in pratica il risarcimento potrà avvenire“, dice Martinello. Detto tutto questo, e con la necessaria premessa che negli Usa la class action ha una funzione di regolamentazione del mercato (con lo stato che di fatto delega ai privati la tutela di interessi collettivi) – si pensi ad esempio al “danno punitivo“ che un giudice statunitense può comminare (funzione che in Europa dovrebbe essere svolta dagli organismi di vigilanza, antitrust e quant`altro) – il governo italiano pare intenzionare a modificare l`azione collettiva. Anticipava ieri MilanoFinanza che tra le revisioni, potrebbe esserci quella sulla non retroattività del provvedimento: addio dunque alla causa collettiva Parmalat, tanto per dirne una. Protestano le associazioni dei consumatori che oggi sono state convocate dal governo. “Siamo assulutamente contrari a qualsiasi rinvio sulla class action“, dicono dal Codacons. Mentre Cittadinzattiva stigmatizza “l`ennesima vittoria delle lobby ai danni dei cittadini consumatori“.
AZIONE COLLETTIVA Rinviata di sei mesi, non sarà più retroattiva. Addio al caso Parmalat Class action, bye bye Sara Farolfi ROMA Se il buon giorno si vede dal mattino, non si può proprio dire che la class action sia nata sotto i migliori auspici. Merito (suo malgrado) di un senatore di Forza Italia che nel novembre scorso salvò per errore di voto la fragile maggioranza del senato, votando l`emendamento che introduceva l`azione collettiva risarcitoria. Lui scoppiò in lacrime ma la class action, tra i boatos di Confindustria, trovò un posto nelle centinaia di pagine della legge finanziaria 2008. “Un provvedimento all`amatriciana“, così Luca Cordero di Montezemolo stigmatizzò la norma che sarebbe dovuta entrare in vigore a fine giugno, e che invece il governo ha annunciato di volere posticipare di sei mesi (a gennaio). Non perchè la maggioranza sia contraria, per carità. Anzi, dice il ministro Claudio Scajola: “Il governo è favorevole a un provvedimento di assoluta validità e importanza per i consumatori, solo che così com`è rischia di portare a vagoni di ricorsi senza giovare ai consumatori“. Servirà insomma qualche altro `tavolo di confronto` con le parti interessate, un po` come sul Testo unico in materia di sicurezza sul lavoro. Indovinate in quale direzione? Risulta difficile pensare a qualcosa di più annacquato di quella che è la class action all`italiana. L`emendamento votato nella scorsa finanziaria prevede infatti che possano intentare una causa collettiva di risarcimento solo le associazioni dei consumatori maggiormente rappresentative, o comitati adeguatamente rappresentativi (per esempio i `gabbati` dai bond Parmalat che decidano, come hanno fatto, di fare causa). Negli Usa, al contrario, anche un singolo cittadino può intentare un`azione collettiva: spetta poi al giudice, nell`udienza preliminare, valutare quanto quella singola istanza sia rappresentativa degli interessi di una `classe` di persone. Negli Stati uniti poi, una volta ottenuto il via libera dal giudice, la class action riguarda (tanto nel caso di vittoria che in quello di sconfitta) tutti i cittadini effettivamente coinvolti, e non solo i promotori della causa. Il principio è quello dell`opt out, se non si vuole essere compresi bisogna dichiararlo. In Italia invece il principio è quello dell`opt in: partecipa agli eventuali benefici di una class action, solo chi vi ha effettivamente (e esplicitamente) aderito. E veniamo a quello che il presidente di Altroconsumo (associazione indipendente di consumatori), Paolo Martinello, giudica “il vero punto debole del modello italiano“, e cioè la conclusione dell`azione risarcitoria. Mentre infatti negli Usa è il giudice che, dopo avere valutato l`entità della `classe`, quantifica il risarcimento che l`impresa è tenuta a pagare, nella legge italiana tutta la fase della quantificazione dei danni e dell`erogazione delle somme dovute viene di fatto delegata a un momento successivo a quello della sentenza e rimessa ad una procedura conciliativa: “La legge non è chiara e risulta dunque difficile capire come in pratica il risarcimento potrà avvenire“, dice Martinello. Detto tutto questo, e con la necessaria premessa che negli Usa la class action ha una funzione di regolamentazione del mercato (con lo stato che di fatto delega ai privati la tutela di interessi collettivi) – si pensi ad esempio al “danno punitivo“ che un giudice statunitense può comminare (funzione che in Europa dovrebbe essere svolta dagli organismi di vigilanza, antitrust e quant`altro) – il governo italiano pare intenzionare a modificare l`azione collettiva. Anticipava ieri MilanoFinanza che tra le revisioni, potrebbe esserci quella sulla non retroattività del provvedimento: addio dunque alla causa collettiva Parmalat, tanto per dirne una. Protestano le associazioni dei consumatori che oggi sono state convocate dal governo. “Siamo assulutamente contrari a qualsiasi rinvio sulla class action“, dicono dal Codacons. Mentre Cittadinzattiva stigmatizza “l`ennesima vittoria delle lobby ai danni dei cittadini consumatori“.

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