23 Aprile 2008

Alimentari e vestiti, Napoli la meno cara

Vivere al Nord costa di più. Napoli è la città dove si spende meno per acquistare cibo, abbigliamento, scarpe, articoli per la casa e oggetti di arredamento. Il capoluogo partenopeo è in buona compagnia con l’Aquila, Campobasso e Palermo. Mentre a Bolzano, Trieste e Genova i prezzi sono più elevati rispetto alla media nazionale. Per la prima volta Istat e Unioncamere presentano i dati territoriali sull’inflazione, «letti – spiega la ricercatrice Rita de Carli – in chiave spaziale e non temporale, quindi non mettendo a confronto l’evoluzione dei prezzi nella stessa città da un mese o da un anno all’altro, ma paragonando ciò che accade, nello stesso momento storico, in diversi capoluoghi di Regione». L’analisi congiunta presenta uno spaccato che, se pur datato 2006, è molto interessante, in quanto il campione di ben 1.737 prodotti presi in esame è molto rappresentativo: tra beni alimentari, abbigliamento, calzature e arredamento si raggiunge un peso complessivo che supera un terzo del totale della spesa per consumi effettuata da ciascuna famiglia italiana. Per gli alimentari le due città capoluogo di Regione più care sono Bolzano e Milano, le due meno care Napoli e Bari. Per i prodotti di vestiario e le scarpe le due dove si spende di più sono Venezia e, inspiegabilmente, Reggio Calabria, dove, invece, si risparmia di più Napoli e paradossalmente Aosta. Per gli articoli per la casa e l’arredamento in testa come prezzi Roma e Milano, in coda Campobasso e Napoli. Secondo gli esperti non deve indurre in errore il fatto che in base alle più recenti stime dell’Istat il costo della vita sia cresciuto a Napoli più che altrove. In quanto, pur in un contesto di prezzi generalmente in aumento, vivere al Sud costa mediamente meno che al Nord. Qualche esempio concreto è illuminante al riguardo: per i prezzi del cibo a Milano e Bolzano l’aumento è superiore rispettivamente del 13,3% e dell’11,2% rispetto alla media nazionale. A Napoli, invece, siamo sotto del 10% rispetto a tale media. Ciò vuol dire, in soldoni, che per un prodotto alimentare la differenza tra il capoluogo lombardo e quello campano supera addirittura il 20%. Peraltro, come testimonia lo studio, la forbice di prezzo degli alimentari è meno ampia per i prodotti lavorati e più larga per quelli non lavorati, come carne e pesce fresco, ortaggi, frutta: per di più su questi ultimi influiscono le modalità di commercializzazione e la localizzazione. Così come, per quanto riguarda generi di abbigliamento e scarpe, la differenza è maggiore per quelli generici rispetto a quelli di note marche. Non è un caso se in queste settimane si torna a parlare di contrattazione decentrata a livello territoriale e, da parte di alcuni, perfino di gabbie salariali: si tratta della ovvia risposta a un trend inflattivo diversificato per territori. «Questi dati – ribadisce il presidente dell’Istat Luigi Biggeri – anche se non forniscono una misura esatta, danno, però, un ordine di grandezza delle differenze di prezzo dei beni, che non sono affatto banali». «Questo tipo di studio – gli fa eco il presidente di Unioncamere Andrea Mondello – rappresenta uno straordinario strumento per la classe politica che li potrà esaminare, in quanto si tratta di un salto logico rispetto ai calcoli legati alle gabbie salariali». Critico il Codacons, «è la dimostrazione – dice il presidente Marco Donzelli – che il calcolo dell’inflazione non è rappresentativo del costo della vita

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