Carne, al dettaglio costa 4 volte di più
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fonte:
- Il Secolo XIX
Consumi fermi, consumatori pessimisti per il futuro
Il quotidiano delle famiglie italiane è sempre più grigio. Lo rivela l`indagine sui consumi Censis-Confcommercio e lo conferma, nella sostanza, l`ultimo grido d`allarme degli allevatori. Il prezzo della carne, denuncia Coldiretti, lievita del 430% e più dalla stalla alla tavola, nel percorso lungo la filiera. Il caro-vita, insomma, pare scippare agli italiani anche il piacere della buona cucina. “L`inflazione sale per effetto della moltiplicazione dei prezzi dalla produzione al consumo“, denuncia Coldiretti, che ieri a Torino è scesa in piazza con allevatori, maiali e conigli. Nella carne gli aumenti sono straordinari. Per il maiale si è verificato un “crollo del 10% del compenso degli allevatori, al quale non ha fatto seguito un`analoga riduzione“ dei prezzi al dettaglio. Il prezzo del maiale moltiplica per 5 se si acquista la braciola, per 10 se si compra il salame, per 20 volte (e oltre) se è il prosciutto a finire nella busta della spesa. Il prezzo del coniglio aumenta del 430%, “a causa delle distorsioni nella distribuzione commerciale“: 8 euro al chilo il prezzo pagato in media dai consumatori; 1,5 euro al chilo quello riconosciuto agli allevatori. La carne è arrivata a incidere per quasi un quarto sul budget medio mensile che la famiglia italiana destina all`alimentazione. Rispetto ai 467 euro medi mensili investiti dalla famiglia in cibo e bevande, in carne se ne vanno 106 euro. E siccome gli italiani non possono spendere di più per le proteine animali, a fronte degli aumenti la spesa resta fissa e la quantità viene ridotta (in media del 3%). Per gli allevatori è crisi, dai conigli ai maiali, animali che attualmente vengono “pagati agli allevatori il 10 per cento in meno rispetto allo scorso anno“, denuncia Coldiretti. Non è un caso che il primo intervento del garante per la sorveglianza sui prezzi – Mister prezzi – avvenga sulle carni, dove “è diventata insostenibile la forbice tra i prezzi alla produzione e quelli al consumo“. Forbice che “mette a rischio la produzione Made in Italy di carne e salumi e il loro consumo da parte delle famiglie italiane“. Nella differenza tra prezzi alla produzione e al consumo c`è, secondo Coldiretti, “un sufficiente margine per garantire un`adeguata remunerazione agli allevatori“ senza “aggravare i bilanci delle famiglie“. Lungo la filiera, insomma, i ricarichi dovrebbero essere applicati con maggiore moderazione. Coldiretti invita a “lavorare per rendere più trasparente e diretto il percorso del prodotto con l`etichetta di provenienza“. “Occorre anche intervenire sulle filiere inefficienti, che perdono valore, senza ritardare le necessarie ristrutturazioni“, conclude l`associazione. Nell`ultimo trimestre del 2007, intanto, i consumi sono rimasti stabili e la fiducia degli italiani nel futuro è diminuita. L`indagine Censis-Confcommercio rivela che il clima di fiducia si è ridotto soprattutto a causa dell`aumento delle spese incomprimibili (affitti, utenze, carburante e trasporti) e della perdita di potere di acquisto dei salari di un consistente numero di famiglie. Aumentano i pessimisti: tra il 2006 e il 2007 sono passati dal 31,7% al 39,9%. Aumentano anche, di 5 punti la percentuali, coloro che nel primo trimestre di quest`anno prevedono di spendere di meno. Il 51,7% degli intervistati dichiara che manterrà stabile la spesa per consumi in questi primi tre mesi del 2008; il 39,3% intende aumentarla e il 9% ridurla. Tra gli intervistati che rivelano di avere aumentato i consumi nell`ultimo trimestre 2007 (58%), solo il 25% dichiara di essersi concesso “qualche spesa extra“: quest`ultima è la percentuale che indica chi, effettivamente, ha incrementato i consumi poiché l`aumento della spesa contiene anche i costi “incomprimibili“ (casa, auto, generi alimentari) quelli che, anche volendo, non possono essere mantenuti costanti o ridotti. L`indice di propensione al consumo è infatti nuovamente calato – da 2,52 a 2,34 – tra il terzo e il quarto trimestre del 2007. Secondo l`indagine, “dal Nord al Sud, indipendentemente dalla vocazione produttiva dei territori e dalla loro diversa apertura all`export, si registrano in modo uniforme i valori più bassi dell`anno“. Censis-Confcommercio annoverano tra le principali cause della crisi dei consumi le “spese obbligate“, la “ridotta fiducia sulle possibilità di incrementare il reddito nel prossimo futuro“ e “l`inflazione percepita“. Immediata la reazione delle associazioni dei consumatori. “Basta con quest`alibi dell`inflazione percepita – tuona Carlo Rienzi, presidente del Codacons – Non esiste alcuna inflazione percepita, esiste solo quella reale“. Le voci principali di spesa corrente delle famiglie sono l`affitto o il mutuo, gli alimentari, le utenze domestiche, i trasporti pubblici e, a seguire ma con un certo distacco, l`abbigliamento e le spese mediche.
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