RETRIBUZIONI Così in Europa siamo diventati i peggiori della classe
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fonte:
- L`Unità
Come spiega Luciano Gallino, troppa enfasi sul costo del lavoro. Eurolandia segue un`altra strada: non mortificare gli stipendi
Così in Europa siamo diventati i peggiori della classe
L`analisi “Abbiamo i salari più bassi d`Europa“, ha detto in autunno il governatore della Banca d`Italia, Mario Draghi. E allora tutti a dire, – da Montezemolo in giù – che sì, è vero, bisogna restituire potere d`acquisto ai lavoratori. A San Silvestro lo ha ricordato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E allora, probabilmente, non appena rientreranno o verranno raggiunti telefonicamente dalle località di villeggiatura, gli imprenditori ci diranno di nuovo che sì, è giusto, ha ragione il Capo dello Stato, eccetera eccetera. Ma credono davvero in ciò che dichiarano pubblicamente? Tra una settimana ci sarà la stretta finale per il rinnovo del contratto di oltre un milione e 600.000 metalmeccanici. E allora sarà interessante vedere quanto saranno recepiti questi autorevoli allarmi sulle retribuzioni a chi lavora in Italia. Perché questo è un primo aspetto della cosiddetta questione salariale: i contratti di lavoro vengono rinnovati con puntuale ritardo perché, ovviamente, le richieste di adeguamenti sono rigorosamente definite “inaccettabili“ o, come minimo, richiedono una contropartita pesante in termini di flessibilità negli orari e nell`organizzazione del lavoro. Quindi si tira per le lunghe, si dice che così non si può andare avanti, che bisogna riformare i modelli contrattuali, ma mentre il tempo scorre l`inflazione avanza. E si mangia ancora una fetta della busta paga di quei lavoratori costretti, per di più, a sacrificare giornate di sciopero per conquistarsi un contratto nuovo. Nel corso del 2006, da gennaio a novembre, il fenomeno è stato drammaticamente evidente: mentre la curva delle retribuzioni ha continuato a scendere, con un salto brusco tra maggio e luglio, quella dell`inflazione è cresciuta costantemente, fino a scavalcare, negli ultimi mesi il livello di crescita delle buste paga. A fine novembre, infatti, le entrate effettive dei lavoratori erano cresciuta del 2% e i prezzi erano aumentati del 2,4%, con buona pace del potere d`acquisto. Addirittura, secondo il Codacons, nel corso del 2007 la perdita del potere d`acquisto degli operai è stata del 7,9% e quella dei pensionati addirittura del 15,5%. Ma non si tratta soltanto di contratti lenti e prezzi veloci. Perché nell`economia globalizzata certi prezzi, quelli che contano, seguono ormai andamenti assai simili – quantomeno – in tutta Europa. La nostra fragilità, dunque, sta proprio nei salari. E in effetti basta mettere il naso fuori dai vecchi confini nazionali per trovare un continente in cui – cose da pazzi – i lavoratori vengono pagati un po` meglio. In alcuni casi molto, molto meglio. E anche in questo caso statistiche comparate, basate sui dati Ocse, sono spietate. Se ci si limitasse ad accostare le retribuzioni lorde italiane a quelle del resto dell`area euro (visto che la valuta è uguale per tutti), le nostre buste paga annue risulterebbero in valori assoluti già inferiori a tutte, tranne che a quelle spagnole. Infatti, mentre la busta paga italiana lorda sui dodici mesi è in media di 16.538 euro, in Spagna si ferma a 16.400. Ma vale anche la pena mettere il naso nei conti dei nostri colleghi lavoratori di Gran Bretagna (30.774 euro medi all`anno), Germania (23.942), Francia (21.470) e già che ci siamo anche ai lontani parenti d`Oltreoceano, gli statunitensi, che in media ricevono in busta paga 19.497 euro ogni dodici mesi. Il peggio, però arriva adesso, con la comparazione del potere reale d`acquisto. Se si equipara a 100 il valore delle retribuzioni del 1998 si scopre che le buste paga italiane sono quelle cresciute di meno in tutta Eurolandia e anche rispetto agli Stati Uniti. Per i nostri lavoratori, infatti, il 100 del 1998 è diventato 100,8 nel 2005 e ha raggiunto soltanto quota 102,6 nel corso del 2006. Per le locomotive come Gran Bretagna e Francia, invece, la crescita di potere d`acquisto è stata notevole, registrando alla fine dell`anno scorso rispettivamente indici di 118,4 e 115,9. La media dell`area dell`euro è passata da 108,9 del 2005 a 110,1 del 2006. E anche i paesi in cui la crescita è stata più lenta ci sopravanzano di oltre 4 punti percentuali: 105,3 la Spagna, 105 la Germania e 104,7 gli Usa. Insomma, si lavora peggio, ci chiedono più flessibilità, ci fanno sudare i rinnovi contrattuali e alla fine del mese possiamo comunque comprare meno pane e meno rose rispetto ai nostri colleghi continentali. Perché si verifica questo assurdo econometrico e sociale? “Perché la gran parte delle imprese ha scelto la compressione del costo del lavoro all`aumento della produttività, ad investire in innovazione e tecnologie più avanzate – spiega il sociologo del lavoro Luciano Gallino – accanto a questo, poi, un governo dell`economia che non ha fatto granché per accrescere la produttività complessiva del Paese: abbiamo tra i 15 paesi europei, la spesa più bassa, quasi sei volte in meno, in ricerca ed innovazione“. Insomma, una situazione davvero fragile. “Certamente non si risolve con qualche decreto – spiega Gallino – intanto è importante avere una visione complessiva dei problemi del lavoro e cominciare a far qualcosa: per esempio a trasformare i contratti atipici in contratti a tempo indeterminato“. Quindi si comincia dalla precarietà? “Se siamo a questo punto è per l`alto numero di contratti atipici, di precari – conclude lo studioso – che invece di 1200 euro al mese costano solo 800 e per 10-11 mensilità e non 12 mensilità più la tredicesima dei contratti a tempo indeterminato: metter mano alle condizioni di lavoro significa eliminare questa piaga dei lavori precari“.
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