La crisi in provincia
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fonte:
- Messaggero Veneto
Udine Dichiarazioni feroci e pavidi dietrofront. Interventi di commiato (con lacrime) e sorrisi per aver mantenuto saldo il fortino. Consiglieri che prima assicurano di essere pronti alla sfiducia e che di contro sgattaiolano via da palazzo senza farsi vedere. Minacce, grida, trame politiche, suspense. Nel salone del consiglio provinciale accade l`imprevedibile. Perché ci vogliono ben nove ore e mezza di assemblea per non decidere, per far rinviare il consiglio a data da destinarsi, per non prendere alcuna decisione se non quella di frantumare il centro-destra, ma salvare il proprio posto e con esso un presidente, Marzio Strassoldo, prima fatto salire sul patibolo e poi riportato sullo scranno più importante di palazzo Belgrado. L`aquila bruciata. L`avvio dei lavori è fissato alle 10.30 e il centro-sinistra è schierato ai propri posti. Il centro-destra invece ha trascorso le ultime 48 ore, consecutive, a cercare una soluzione, ma bastano dieci minuti per veder entrare visi tesi, sguardi bassi, occhiate che raccontano già che una decisione unanime della Cdl non esiste. A fare ingresso nel salone qualche minuto dopo è anche Strassoldo, ma non fa in tempo a sedersi che Bruno Peres, responsabile regionale del Codacons, sventola una bandiera del Friuli con l`aquila bruciata e l`appoggia sul banco del presidente. Lui guarda, impassibile, la prende con due dita e la fa scivolare a terra per poi compiere l`unico gesto che ha previsto, leggere semplicemente il documento preparato da Fi, uno scritto in cui chiede scusa ai friulani e al Friuli, dichiara il proprio errore e ammette che la sua esperienza in Provincia è finita. Ma chiede anche una proroga, fino a febbraio, solo per votare il bilancio di previsione 2008, poi rassegnare le dimissioni per consegnare la gestione dell`ente al suo vice Paride Cargnelutti e far ritornare gli elettori alle urne in primavera. Tutto bene, tutto già scritto. Ma qualcosa nel centro-destra non va, il patto non è chiuso e Piero Mauro Zanin capogruppo di Fi prende altro tempo, chiedendo la prima sospensione. Il primo tradimento. Il centro-sinistra insorge, fa mettere ai voti la domanda di sospensione e qui arriva la prima sorpresa. I due partiti che fin dall`inizio hanno tenuto la linea più dura, Udc e Lega, entrambi con tre consiglieri, vogliono votare contro la sospensione, ma si scontrano con un tradimento ciascuno, di Vittorio Caroli (Udc) e di Fabio D`Andrea (Ln), che invece si schierano con Fi e An propensi al rinvio. Così, Udc e Lega restano in quattro che sommati agli 11 di centro-sinistra, fanno 15 contro 16. I numeri, insomma, cominciano a rovesciarsi e siamo solo alla prima sospensione. Sono le 11 e il Carroccio, i centristi e il centro-sinistra si rendono conto che, stando così i voti, la mozione non passerà perché necessita di 16. E con i voti cominciano anche a indicare chi ha tradito, Caroli e D`Andrea, verso i quali si prepara una resa dei conti. Le grida. In platea sono accomodati molti cittadini e diversi dipendenti provinciali, una folla che assiste allo spettacolo ma non condivide. E si fa sentire con urla che dicono “vergogna“, “andate a casa“, “voi non rappresentate i friulani“. Urla che poi diventano anche duri faccia a faccia con esponenti del centro-destra e pure del centro-sinistra. An ago della bilancia. Solo alle 12 il consiglio sembra pronto a ripartire, ma è un`illusione. Perché al rientro in aula a prendere la parola è il capogruppo di An, Pierluigi Molinaro, che chiede senza indugi un nuovo rinvio. Il vero nodo insomma è An che vorrebbe restare in sella sfidando Roberto Menia, coordinatore regionale, che è stato e continua a essere secco: “Strassoldo vada a casa“. I suoi a palazzo Belgrado, però, non ci stanno, tentano di resistere, battono piedi e pugni, confabulano con gli alleati. La resa. Alle 13.40 si può ricominciare e la scena è desolante: in consiglio ci sono il centro-sinistra, due esponenti dell`Udc, Enio Decorte e Andrea Mansutti, e due della Lega, Stefano Teghil e Enore Picco. Se si andasse al voto la mozione ora non passerebbe e così al centro-sinistra non resta che temporeggiare, intervenire un consigliere via l`altro in attesa che An sciolga le riserve, nella speranza che entri in aula e voti il documento. E così accade. Mentre ciò che resta di Udc e Ln invoca le dimissioni del presidente, An fa il proprio ingresso in aula e tocca a Renato Carlantoni rompere il silenzio. “Alla gente servono risposte chiare, prese di posizione nette – afferma – e da qui deve arrivare la decisione che la gente giustamente aspetta, non si può procrastinare ancora“. E così, per decidere, Carlantoni chiede una nuova sospensione. Ridotti allo stremo. Nuove ore di trattativa, nuove grida dalla folla. Alle 16.10 l`assemblea riprende, ma il momento del voto resta un`illusione. An non ha deciso. E allora intervengono tutti, opposizione e maggioranza, si assiste alle lacrime di D`Andrea, ai saluti di Adriano Piuzzi (Fi), ai ringraziamenti di Zanin (Fi), al lungo discorso in italiano e friulano di Valeria Grillo. Tutto per prendere tempo e arrivare a una nuova sospensione, chiesta stavolta da Caroli (Udc). L`epilogo. Sono le 18.20 e in salone ci sono i 15 consiglieri rimasti ai loro posti e sulle proprie posizioni fin dalle 10.30. Ma An non ha ancora deciso. O meglio il segretario provinciale Marchetti dice che o Strassoldo si dimette oppure An voterà la mozione di sfiducia. Ma quelle sono le sue ultime dichiarazioni prima che lui e i colleghi di partito e di Fi si dileguino in una serata umida e piovosa. Al voto, insomma, non si arriva. Il centro-sinistra fino alle 20 è costretto a far cadere il numero legale più volte per non votare solo e perché il consiglio venga aggiornato. A data da destinarsi.
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