Prezzi, che stangata Eppure ci giuravano: “Vigileremo noi“
L`Istat adesso ci dice quello che le nostre tasche sapevano già con largo anticipo: a settembre l`attesa mareggiata del maramaldo aumento dei prezzi si è abbattuta rovinosamente sui bilanci delle famiglie italiane. Guidano la carica dei rincari il pane, aumentato mediamente del 7,5 per cento rispetto a un anno fa; la pasta, cresciuta del 4,5; il latte, che ci costa il 3,2 in più; la frutta che, col suo balzo di 5,6 punti percentuali, da prodotto dei campi è ormai diventata un prodotto della Banca Centrale; la carne che, all`insaputa delle vacche e del pollame, stiamo pagando con una maggiorazione del 2,8 per cento. Chi va a fare la spesa personalmente e non ha la possibilità di mandarci la donna di servizio, sa che ormai entrare in un supermercato equivale quasi a una visita a Fort Knox, il deposito delle riserve auree degli Stati Uniti d`America. Così, nonostante la pletora di associazioni che “lavorano per lui“ (dall`Adiconsum all`Adoc, da Altroconsumo ad Adusbef al Codacons), il consumatore ha l`impressione di condividere il destino di quell`infelice personaggio di Miguel de Cervantes, Licenciado Vidriera (il dottor Vetrata, nella traduzione italiana) che immaginava di essere fatto di vetro e di essere quindi destinato ad andare in frantumi non appena uno lo avesse toccato. È comunque un`impressione che non abbiamo solo al supermercato. L`incertezza dei tempi correnti fa affiorare tutte le nostre fragilità, le nostre ansie, le nostre paure. Mi diceva un primario geriatra che basta un semplice titolo di giornale di una certa drammaticità per far sprofondare nello sconforto un anziano paziente e che, siccome i giornali grondano di brutte notizie, ne ha proibito la lettura nel suo reparto. Vecchi o giovani, siamo tutti dei Licenciado Vidriera che si muovono in una società che con i suoi spigoli e le sue scabrezze rischia di mandarci in frantumi. Molto prima che gli aumenti di settembre fossero annunciati, i prezzi avevano cominciato a galoppare, anzi non si sono mai fermati, tanto che i 100 euro di una spesa di un anno fa, a fine agosto erano già 120-130. In fatto di carovita, l`Istat, l`Istituto nazionale di statistica, i cui indici hanno il pregio di essere degli strumenti utili ma che hanno il difetto, diciamo così, governativo, di dipingere la realtà sempre meno brutta di quella che è, non coglie mai impreparato il consumatore il cui personale osservatorio è sempre in costante allerta ed è dotato di un occhio che vede lontanissimo, molto più lontano degli osservatori istituzionali Cosicché quando i giornali e la televisione annunciano una nuova ondata sul fronte del carovita, il consumatore, annusando l`aria, l`ha già percepita ancora prima che si formi, ma altro non può fare che aspettarne l`arrivo, chiedendosi se potrà sopportare anche il nuovo, ennesimo salasso. L`attuale governo – come già quello precedente e come tutti i governi che si sono succeduti – di fronte alla nuova violenta libecciata di prezzi e tariffe (già, ci sono anche quelle, e non è poco, di cui tener conto) gioca alle belle statuine. Aveva rassicurato che avrebbe vigilato sulle speculazioni e noi lì ad aspettare che il tal fruttivendolo o il tal altro fornaio fossero gettati in galera, che il tal supermercato fosse chiuso con l`accusa di voler affamare il popolo o che al tal altro pescivendolo fossero fatti ingoiare, crudi e, magari, ancora guizzanti, spigole e cavedani. Avete visto muoversi qualcosa? Niente, non è successo niente. Anche se potesse fare qualcosa, Romano Prodi è troppo preoccupato dalle rogne che gli procurerà la nascita del Partito democratico per dedicare un paterno pensierino a quella mezza Italia che ha problemi di pane e companatico. Ma dobbiamo anche dire che, per quanto riguarda il pane, anche noi abbiamo le nostre colpe, siamo improvvidi. Quando recitiamo il Padrenostro, là dove dice “Dacci oggi il nostro pane quotidiano“, non specifichiamo mai “però mi raccomando, Signore, che sia a un prezzo modico, sennò liberaci dai fornai“.
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