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1 Gennaio 2015

“2015: ANDIAMO VERSO LA DESERTIFICAZIONE DEI CENTRI?” a cura di Sabrina De Paolis

    2015: ANDIAMO VERSO LA DESERTIFICAZIONE DEI CENTRI?

    SEMPRE PIU’ RARI I NEGOZI GESTITI DA ITALIANI.

    a cura di Sabrina De Paolis

    La notizia dello scorso ottobre non ci aveva preoccupato più di tanto: la divulgazione dei risultati degli “stress test” (o crash test), effettuati dalla BCE su 131 Istituti di Credito europei al fine di verificarne la liquidità e solidità, e quindi la tenuta in caso di scenari avversi o di crisi acute, che ha bocciato ben 25 Banche, di cui 9 italiane (su 15 analizzate). Vale a dire che oltre la metà dei nostri Istituti non ha passato l’esame. Sul podio MPS, Carige, e BPM.
    Se per Fabio Panetta, vicedirettore Generale di Bankitalia, Il risultato dei test Bce è per l’Italia “nel complesso rassicurante, per noi non inatteso. Dà l’immagine di un sistema bancario nel complesso solido”, anche se “occorre proseguire nelle azioni intraprese in alcuni casi”, e se con la “cura” prescritta di forti aumenti del capitale degli Istituti si pensa di colmare le rovinose falle e lacune del sistema bancario italiano, allora siamo tutti più tranquilli. Tutto a posto.
    Ma guardiamo dietro l’altra faccia degli “stress test”. Cosa accadrà oggi, nel 2015, all’economia reale e alla vita di tutti i cittadini all’indomani dello svolgimento di questo “compitino a casa” da parte delle banche?
    Sono state individuate, nelle 25 banche che non hanno superato il test, 25 miliardi di euro di carenze patrimoniali, ma ciò che dovrebbe preoccuparci di più, al di là del conto puramente economico delle banche, sono gli ulteriori 136 miliardi di posizioni deteriorate, delle quali, dall’uscita delle pagelle della BCE da ottobre ad oggi, nessuno parla. Ma è anche lecito domandarsi quante, e per quale ammontare, oltre a queste posizioni definite “deteriorate” dalla Bce, e dunque già accertate, siano quelle realmente critiche e pericolose.
    Sappiamo tutti, infatti, che le banche italiane (ma non solo), per superare lo stress test chiesto dalla Bce, hanno spacciato per esigibili dei crediti che in realtà non lo sono. E, beninteso, ciò ha riguardato tutte le banche, anche quelle che hanno superato il test, perché tutti gli Istituti nel 2014, appunto in vista del test, non hanno chiesto ai clienti in sofferenza il rientro anche di crediti che sapevano bene non essere esigibili, “spendendo” quei crediti nel loro bilancio di liquidità.
    Cosa accadrà ora, nel 2015, quando gli Istituti di credito, ormai superato –nel bene o nel male- il test, chiederanno, c’è da giurarci, il rientro dei debiti a piccole, medie e grandi aziende? Forse le grandi, anche se in crisi, si salveranno, o meglio, verranno salvate da aiuti pubblici per evitare il licenziamento di centinaia di lavoratori. Ovviamente a spese dei contribuenti. Forse, per lo stesso motivo, riusciranno anche a salvarsi le aziende di medie dimensioni. 
    Quello che è certo però, è che ciò non potrà accadere per le piccole e piccolissime aziende (le botteghe sotto casa per intenderci, quelle dove spesso il titolare gestisce senza nessun aiuto o al massimo ha uno o due dipendenti). Mi chiedo allora cosa faranno queste centinaia di migliaia di micro aziende (italiane, perché sembra che quelle gestite dai cinesi non soffrano le tasse e i problemi di liquidità), che ancora, con fatica, portano avanti il vero ciclo economico del Paese, quando saranno chiamati a restituire l’affidamento bancario che mediamente oscilla dai diecimila ai cinquantamila euro e dal quale, a causa della crisi e della tassazione scellerata non riescono ad affrancarsi?  Cosa potranno fare quando le banche chiederanno loro di rientrare, se non riconsegnare la partita iva e chiudere la saracinesca, come peraltro hanno già fatto in molti?
    Ecco che allora lo scenario dei centri delle città desertificati non appare poi fantascientifico.   
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