12 agosto 2017

Mazzata finale all’ Atac: multa da 3,6 milioni

BRUNELLA BOLLOLI Doveva essere molto più alta la multa inflitta dall’ Antitrust all’ Atac. Ma l’ Autorità garante della concorrenza e del mercato ha deciso di essere clemente in virtù della situazione già disastrata della municipalizzata dei trasporti romani: sull’ orlo del fallimento, con un tasso di assenteismo fuori dal normale, abbandonata da manager capaci ma troppo isolati, e spesso al centro della cronaca a causa di inchieste e sprechi vari. Morale: dopo un’ istruttoria avviata lo scorso novembre, che ha tenuto conto di tutti i disservizi dei mezzi pubblici di Roma, l’ Antitrust ha presentato all’ Atac una maximulta da 3,6 milioni di euro. Soprattutto, è scritto nelle motivazioni, per la «persistenza e la significatività» delle cancellazioni di corse programmate verificatesi dal 2010 ad oggi, che «nella maggior parte del periodo ha raggiunto un’ incidenza ben superiore a quella considerata fisiologica» e che, secondo le verifiche dell’ Authority, «sono dipese in larga misura da motivi riconducibili a dirette responsabilità di Atac». Inoltre, recita il verbale, «non c’ è stata un’ informazione preventiva ai viaggiatori sulle corse soppresse». Due pratiche, è la sintesi, che hanno causato «notevoli disagi ai consumatori per un rilevante arco temporale». Soddisfatti i consumatori, che da anni denunciano i disservizi di Atac e ora tornano all’ attacco chiedendo indennizzi. Il Codacons vuole, infatti, che l’ azienda di via Prenestina rimborsi i viaggiatori riducendo gli abbonamenti del 2018, mentre Altroconsumo è pronta a procedere con azioni giudiziarie affinché sia riconosciuto un risarcimento ai passeggeri per i disservizi subìti in questi anni. Forza Italia, con la deputata Elvira Savino, lancia l’ allarme proprio sul costo dei ticket: «La multa non diventi una beffa per i cittadini», avverte. Il collega di partito, Francesco Giro, striglia Virginia Raggi: «Faccia la sindaca e risani l’ azienda». Per il Pd Stefano Pedica «Raggi si è dimenticata dei romani». Per i Radicali, che hanno depositato proprio ieri in Campidoglio tutte le firme raccolte (33mila) utili per avviare un referendum per mettere a gara l’ Atac, è la prova che l’ azienda va cambiata. «Ora la sindaca entro gennaio dovrà indire una data per il referendum», fa sapere il segretario, Riccardo Magi. «Ai romani verrà chiesto se vogliono una gara europea sul Tpl al posto di un nuovo affidamento in house ad Atac». Dal Comune risponde l’ assessore alla Mobilità, Linda Meleo: «Aprire ai privati non è la soluzione per il trasporto pubblico di linea, non è quello che serve a Roma e ai cittadini. I Radicali fanno campagna elettorale sulle pelle dei romani e sui circa 11.700 dipendenti che lavorano in azienda». «Noi facciamo una battaglia a favore di 3 milioni di cittadini. Tutti quelli che vivono o lavorano a Roma», replica Magi. In quanto alla sanzione dell’ Antitrust, i Cinquestelle assicurano che non è colpa loro, ma di chi c’ era prima. «La multa è l’ ennesima dimostrazione di come l’ azienda sia stata mal gestita nel passato. L’ indagine parte dal 2010 e riguarda quasi sette anni di servizio», insiste Meleo. «Quello che ci troviamo di fronte è eredità di una politica maldestra». Il M5S, insomma, dichiara di volere risanare l’ Atac «nel più breve tempo possibile. L’ azienda sta valutando tutte le azioni necessarie a sua tutela». Non si esclude un concordato preventivo. Proprio ieri il Cda della municipalizzata dei trasporti, nella sua prima seduta dalla nomina della nuova governance, ha fatto sapere di avere individuato in Carlo Felice Giampaolino «l’ esperto che supporterà la società nel complesso processo di ristrutturazione e rilancio aziendale». Inoltre, il Consiglio, per consentire un risparmio di costi, ha deciso di non individuare all’ esterno il direttore generale, affidando tale carica al presidente-amministratore delegato, Paolo Simioni, che ha rinunciato ai compensi previsti per l’ incarico amministrativo, il tutto nel pieno rispetto delle normative vigenti». Una precisione d’ obbligo dopo le voci circolate, specie all’ interno del Pd, che assegnavano a Simioni uno stipendio da Dg di 250mila euro. Cifra che, con la multa appena arrivata e il profondo rosso nelle casse, sarebbe apparsa molto stonata. riproduzione riservata.