31 luglio 2017

La controllata Flashbank aprì una filiale a Milano Finì coinvolta in una inchiesta sulla n’ drangheta

 

La parabola dell’ autista banchiere e dei poteri silenti. La potremmo intitolare così questa storia di straordinaria follia del credito che non ha nulla di evangelico. Solo il sapore casareccio della sottocultura delle amicizie, dei legami politici anche trasversali ai partiti, nell’ orgoglio frainteso dell’ appartenenza territoriale. Stiamo parlando della Cassa di Risparmio di Chieti, salvata con il decreto del 22 novembre del 2015 insieme agli altri tre istituti in dissesto (Marche, Ferrara ed Etruria) e oggi passata al gruppo Ubi. La vicenda è in parte nota, ne hanno parlato più diffusamente di altri, il sito PrimaDaNoi.it soprattutto, Il Centro e Il Messaggero ; ne ha fatto oggetto di un efficace commento su Libero Mario Giordano. La riprendiamo, aggiungendo qualche particolare significativo, perché è un esempio lampante – assai poco discusso a livello nazionale – di come possa degenerare la governance bancaria. La misura del potere di chi dirige un istituto di credito è nella concessione di fidi ai quali spesso, nelle tante storie di mala gestio , non corrispondono le necessarie garanzie. Ma il vero termometro della reputazione locale di un dirigente bancario è nei contatti con le infinite ramificazioni del potere politico e sindacale. Persino gli sguardi delle persone che incontra sono significativi per indicare il livello della sua reputazione, della sua presa su quella che tutti chiamano «la nostra banca». E, dunque, sono necessari i «facilitatori», gli interpreti dell’ umore della gente, i traduttori dei «si dice», le persone con le orecchie tese e i contatti giusti, le amicizie che contano. E chi più di una segretaria o di un autista può svolgere questo compito, godendo di un rapporto di fiducia con il proprio principale? La storia economica è piena di episodi del genere ma mai avevamo assistito a un autista che di fatto governava una banca. È accaduto a Chieti. Le ispezioni della Banca d’ Italia nella cassa di risparmio teatina sono state numerose. Sono cominciate nel 2010 e poco dopo hanno coinvolto la controllata Flashbank, che aveva aperto una sede a Milano e aveva ambizioni nazionali ed è finita poi, miseramente, in un’ inchiesta sulla n’ drangheta in Lombardia. Già allora viene chiesta la rimozione dei vertici. Il controllo decisivo da parte della Vigilanza è della primavera del 2014. Agli occhi degli ispettori di Via Nazionale emergono «un persistente contesto di opacità informativa» e «una incoerenza nei processi decisionali». Al di sotto di quest’ ultima grave accusa – che poi porterà all’ amministrazione straordinaria della banca il 5 settembre sempre del 2014 ex articolo 70 del Testo unico bancario per irregolarità e non per perdite patrimoniali – c’ è anche la singolare posizione dell’ impiegato e formalmente capo commesso Domenico Di Fabrizio. Ex sodale del leader storico della Democrazia Cristiana della zona Remo Gaspari, suo testimone di nozze, Di Fabrizio è stato un campione delle preferenze (854) nelle Comunali di Chieti del 2010 per il Pdl. Esponente del centrodestra ma con entrature e simpatie anche a sinistra e soprattutto in grado di gestire i rapporti con il sindacato dei bancari. La maggior parte dei dipendenti di Carichieti aderisce a Falcri, organizzazione nella quale ha un ruolo preminente il figlio Nicola. La Banca d’ Italia rilevava, nella sua relazione, l’ esistenza di un «dipendente che esercita influenza diretta e indiretta sui membri del consiglio», compresa la fondazione. In grado cioè di avere potere su nomine, assunzioni, concessioni di fidi. Di Fabrizio, autista del direttore generale della banca prima del commissariamento Francesco Di Tizio e poi del suo successore Roberto Sbrolli, è stato assunto due volte dall’ istituto, la seconda sei mesi dopo aver lasciato, nel 2013, con una liquidazione di 120 mila euro, grazie a un accordo sindacale. Quando è stato costretto a staccarsi definitivamente dalla banca, su decisione del commissario Riccardo Sora, ha rilasciato un’ intervista a Francesco Colantonio del Centro . Di Fabrizio ha negato di aver mai «avuto l’ onore di guidare l’ auto di Gaspari» e di aver fatto semplicemente il bene della sua, «della nostra banca». Di Tizio era uscito dall’ istituto teatino nel 2010 con tre milioni di incentivo («Ho lasciato una Carichieti sana» aveva dichiarato al Centro ). Il suo successore, Sbrolli, ha promosso una causa di lavoro – come ha scritto Alfredo d’ Alessandro sul Messaggero – chiedendo un risarcimento di due milioni ed è stato condannato a pagare una somma di 20 mila euro di spese legali. Le conseguenze giudiziarie del crac della Carichieti aprono un altro capitolo nel quale non è fuori luogo porsi qualche interrogativo sulle influenze ambientali che non risparmiano la magistratura. Il paradosso è quello di un procedimento della procura contro due dei commissari nominati da Bankitalia, Salvatore Immordino e Francesco Bochicchio, rei di aver fatto troppi accantonamenti indebolendo così la banca. Sofferenze poi cedute nel corso della procedura di risoluzione a prezzi inferiori a quelli rettificati. Nulla è stato fatto dalla magistratura contro amministratori, revisori, sindaci della banca. Non si hanno notizie degli esposti Codacons e della querela per truffa di alcuni possessori di obbligazioni. La gestione commissariale ha avviato un’ azione di responsabilità nei confronti di 21 ex amministratori della Carichieti per un danno potenziale di 208 milioni. Le sofferenze complessive sono state valutate in 806 milioni con un’ esposizione su alcuni grandi clienti come Carmine De Nicola (che stava scalando le cliniche Villa Pini), un imprenditore con 5 fallimenti in due anni, per 50 milioni. Gianni Paglione (auto di lusso) è esposto per 31 milioni. Crediti concessi per importi assai rilevanti per una banca di ridotte dimensioni. Con procedure del tutto inusuali e «senza alcuna valutazione sulle capacità di rimborso». La fondazione Carichieti viene poi finanziata per sei milioni dalla stessa banca, esposizione non rientrata. E un’ attenzione particolare agli amici. Un solo esempio: quando il direttore generale vende la sua barca, la Carichieti finanzia il compratore che ovviamente non restituisce il prestito. La valutazione sulla qualità dei crediti effettuate da valutatori indipendenti, in base alle regole Brrd ( Bank recovery and resolution directive ), sono risultate peggiori di quelle svolte dall’ amministrazione straordinaria di Bankitalia.Le assunzioni seguono lo stesso criterio amicale, con una attenzione alle relazioni con la politica e il sindacato. Tra le quattro banche interessate dal provvedimento di risoluzione del 22 novembre del 2015, la Chieti è quella che ha mostrato la situazione patrimoniale meno compromessa, al punto che la good bank , presieduta da Roberto Nicastro, risultava in attivo già a fine 2016. Era quella con in proporzione il maggior numero di depositi e relativamente più liquida. Segno anche di un territorio sano, con un’ economia reattiva, vivace, e una elevata intensità dell’ export sulla formazione del prodotto provinciale. Insomma, la Carichieti con una governance migliore poteva avere un destino differente e conservare la propria autonomia. Ma ci sono altre interpretazioni. Eccentriche. Come quella di Valerio Lemma, ordinario di diritto pubblico alla Luiss, che parla di «omicidio d’ impresa» accusando la Banca d’ Italia. E quella di chi ritiene che l’ autista banchiere sia una specie di eroe misconosciuto della resistenza territoriale contro le ingerenze dei poteri di Roma, Francoforte e Bruxelles. Suggestive leggende locali. Non solo a Chieti.